Ancora un colpo all’indipendenza del servizio pubblico: tra gli emendamenti dei relatori al testo della riforma Rai in discussione al Senato, la proposta (condivisa anche da FI e FdI) di ridurre il canone Rai. Il finanziamento viene comunque garantito «con altre forme», il che prevede l’assegnazione anno per anno di fondi da parte del governo
La vittima prediletta della campagna elettorale sono le tasse “odiate”. La settimana scorsa è stata la volta del bollo auto, ora è il turno del canone Rai. La maggioranza, che ha ripreso in mano martedì il testo di riforma della governance, ha proposto per mano dei relatori un emendamento che prevede la possibilità di una «eventuale variazione negativa». Il taglio, si legge ancora negli emendamenti proposti dalla destra, «è condizionata al reperimento di altre corrispondenti forme compensative di finanziamento pubblico da riconoscere alla società concessionaria». Tradotto: il taglio del canone va compensato con fondi pubblici da reperire altrove.
Si tratta di uno spostamento della posizione della maggioranza e anche di uno sbilanciamento dei fondi assegnati al servizio pubblico. Tradizionalmente, a spingere per il taglio del canone è sempre stata la Lega, che però aveva incontrato un limite nelle norme previste dall’European Media Freedom Act, in cui si prevede che i mezzi a disposizione del broadcaster devono rimanere stabili. Forza Italia, dal canto suo, è interessata a mantenere la Rai parzialmente fuori dal mercato pubblicitario, in modo da non creare ulteriore concorrenza a Mediaset. Fratelli d’Italia, invece, ha bisogno di mantenere mezzi stabili per finanziare la tv di stato: in apparenza, un conflitto insanabile, che però la destra ha aggirato con uno stratagemma che accontenta tutti.
Il taglio del canone può essere infatti materiale da rivendere in campagna elettorale, sulla falsariga dell’abolizione della “tassa odiosa” del bolla auto: la Lega avrebbe uno scalpo da esibire, ma la seconda parte della norma, quella che prevede la compensazione dei fondi in altra forma, soddisfa contemporaneamente FI e FdI. Prevedere l’assegnazione dei soldi da parte del governo aumenta infatti la dipendenza della tv di stato dai voleri dell’esecutivo di turno ed evita contemporaneamente un accesso più profondo nel mercato pubblicitario che foraggia Mediaset.
Indipendenza
Si pone evidentemente una questione di indipendenza, motivo per cui tradizionalmente i fondi per le emittenti pubbliche sono garantiti da una tassa di scopo come può essere il canone. Interrompere questa prassi significa riscrivere i rapporti tra potere e televisione di stato, già compromessi dall’assetto legislativo attuale, incompatibile con quanto prevede il regolamento europeo.
A contestare la proposta i consiglieri d’amministrazione vicini all’opposizione: «Si prospetta un meccanismo nel quale l'ammontare del canone può essere ridotto di anno in anno, affidando la relativa compensazione a successive decisioni pubbliche: si rischia così di rendere il finanziamento della Rai più esposto alla discrezionalità politica e alle esigenze contingenti della finanza pubblica (come è successo con il taglio a sorpresa di 10 milioni di euro nell'ultima Legge di Bilancio). Si continua a volere dunque una Rai al guinzaglio» scrivono in una nota Roberto Natale, Alessandro di Majo e Davide Di Pietro.
Si riparte da qui nella discussione della legge che, paradossalmente, dovrebbe recepire proprio l'Emfa. La destra cerca l’accelerazione: oltre a essere argomento spendibile in campagna elettorale, chiudere la riforma significherebbe azzerare il consiglio d’amministrazione attuale e formarne uno nuovo che garantirebbe alla destra il governo della Rai almeno per una parte della prossima legislatura. Un piatto ghiotto soprattutto per la Lega, a rischio di non portare più a casa un consigliere d’amminsitrazione.
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