La norma sul compenso di 615 euro agli avvocati come incentivo ai rimpatri volontari assistiti è rimasta nel decreto Sicurezza, con la promessa di un nuovo successivo decreto, correttivo e non soppressivo della disposizione. I tempi sono stretti, il decreto deve essere convertito entro il 25 aprile, altrimenti decade. Sarebbe questa la soluzione trovata dalla maggioranza dopo i richiami del Colle, dove lunedì il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano è salito per trovare una soluzione all’impasse.

Secondo quanto riporta La Presse, in base a fonti parlamentari, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella potrebbe firmare contestualmente i due provvedimenti, che andrebbero insieme in pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Impedendo così che la norma entri in vigore. Intanto per domani 22 aprile alle ore 16 sono previste le dichiarazioni di voto, con il governo che porrà la fiducia in Aula.

«Una norma di assoluto buonsenso», per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, e ha assicurato che la norma rimarrà. Mentre il vicepremier Matteo Salvini non limita le critiche nemmeno di fronte all’altolà del Quirinale: «Non mi stupisco più di nulla». Ha risposto così ai giornalisti che gli hanno chiesto se è rimasto stupito dai rilievi di Mattarella. E ha aggiunto: «A me interessano i risultati, quindi che sia a norma di legge la stretta contro i maranza, contro chi porta in giro dei coltelli, che vengano velocizzate le espulsioni, i rimpatri e ridotto il numero di quelli che entrano». 

Le commissioni Affari costituzionali e Giustizia nella notte non hanno concluso l’esame degli emendamenti presentati e, soprattutto, non hanno sciolto il nodo dei compensi. Dopo mezzanotte i presidenti Nazario Pagano (Forza Italia) e Ciro Maschio (Fratelli d’Italia) hanno preso atto dell’impossibilità di arrivare al conferimento del mandato dei relatori. 

Il testo è così approdato in aula alla Camera, senza mandato ai relatori, con le proteste delle opposizioni, che hanno chiesto la convocazione della conferenza dei capigruppo affinché «governo e maggioranza chiariscano quale sarà la soluzione». «Non possiamo consentire che il Parlamento venga umiliato, che approvi una norma palesemente incostituzionale», ha affermato la capogruppo Partito democratico Chiara Braga.

Anche il deputato di +Europa Riccardo Magi si è unito alla richiesta, definendo il passaggio «di gravità inaudita». L’assenza di rappresentanti dell’esecutivo, dopo il pasticcio sull’articolo 30 bis, è stata fatta notare dal deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Marco Grimaldi: «Qui non c’è nemmeno un membro del governo che prenda la parola per spiegarci quello che è successo ieri. Non potete chiederci di approvare un testo che è palesemente incostituzionale». 

E, invece, la Camera ha approvato la richiesta avanzata dal deputato di Fratelli d’Italia, Gianluca Vinci, con 145 voti favorevoli e 95 contrari, di interrompere e chiudere la discussione generale dopo nove interventi, poiché – ha detto Vinci in aula – il decreto sarebbe stato «già oggetto di ampia discussione». L’aula ha poi respinto la richiesta di rinvio in Commissione presentata dalle opposizioni. 

L’intervento di Piantedosi

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi è poi intervenuto in aula ricordando la «chiara priorità politica» che il governo attribuisce a questo provvedimento, sostenendo che si tratti di «un ulteriore passo avanti per una più efficace gestione della sicurezza pubblica».

I dubbi di incostituzionalità sono stati ridefiniti dal ministro «alcune sensibilità» di fronte alle quali Piantedosi ha annunciato correzioni. «Il governo andrà avanti con determinazione perché siamo convinti di essere sulla strada giusta», ha continuato.

La protesta delle opposizioni

Solo l’occupazione dei banchi del governo da parte dell’opposizione ha convinto il presidente di turno della Camera, Fabio Rampelli (FdI), a sospendere i lavori e convocare una conferenza dei capigruppo alle 15, richiesta dai partiti di minoranza fin da questa mattina. La protesta ha portato all’espulsione del deputato Pd Arturo Scotto.

«Ci sono volute sei ore per ottenere quello che chiedevamo in apertura di seduta, ossia una capigruppo per capire come procedere su questo decreto. Ci sono criticità evidenti e la soluzione prospettata da Meloni, nel silenzio imbarazzato della maggioranza, non la riteniamo condivisibile e volevamo discuterne nella sede opportuna», ha detto la presidente dei deputati Pd, Chiara Braga.

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