Una messa all’indice non è lo strumento migliore per costruire unità e consenso, rispetto e condivisione. Ci sono temi su cui fatichiamo un po’ tutti a ritrovarci? Ci si confronta, con pazienza, con attenzione, con generosità
Non so se, come strilla l’articolo di Marco Damilano, il vero modello per la sinistra sia quello italiano. Lo scopriremo solo vivendo, diceva il poeta. E certo me lo auguro, da parlamentare del Partito Democratico, alle prese da oltre tre anni con questa destra inconcludente al governo. Non ho ben compreso, tuttavia, se il modello indicato sia quello di una coalizione che Elly Schlein ha avuto il merito indiscutibile di suscitare e tenere unita, che resta tuttavia ancora da costruire, non solo nel perimetro, ma anche nella sua offerta politica agli italiani.
O se il modello proposto sia lo stesso Partito Democratico. Come a dire: perché andare a cercare fuori quello che abbiamo a casa nostra? Sottotesto: ah, il provincialismo di chi sospira per le ricette straniere, come quella britannica in crisi profonda (ma anche quella spagnola, vale per tutti, Marco, quelli che ci piacciono e quelli meno).
Due anni fa, mi viene rimproverato, guardavi al Labour che si era saputo riprendere dal fracasso di Jeremy Corbyn come un punto di riferimento e ora Keir Starmer sta nelle peste, forse sparirà effimero, altro che i 15 anni filati di New Labour (che ora non si può più citare in società).
Non credo ci sia da gioire se i laburisti sono in crisi, almeno non noi democratici, lasciamolo fare a Nigel Farage. E che il socialismo europeo, nessuno escluso, non attraversi un momento felice, come scrive l’Economist, dovrebbe essere motivo di riflessione, e non di pappappero. Se il Pd ha qualcosa da dire su questa crisi lo può fare proprio in quanto tenda, casa comune, identità plurale e non monocultura.
E ancora: un mio tentativo di lettura del sondaggio di Domani che cercava di andare un po’ dentro i numeri rispetto al lancio sul quotidiano viene preso, se non ho capito male, come una forzatura identitaria, un immiserimento di parte rispetto alla latitudine dell’attuale assetto del mio partito.
Ma, caro Marco, sono d’accordo con te che la leadership sia capacità di fare sintesi, tanto più in un grande partito come il Pd. E che, lo penso da sempre, extra ecclesiam nulla salus. Tradotto: che rispetto profondamente chi prova a costruire qualcosa a fianco del Pd, auguri tanti, ma che quella non è la mia battaglia, non è la battaglia dei riformisti del Pd e nel Pd.
Già, i riformisti sui quali, se posso, Damilano usa il machete, non capisco bene se verso quelli fuori del Pd o quelli dentro. Probabilmente gli uni e gli altri che vengono bollati come inconcludenti, opportunisti, settari, estremisti refrattari alla mediazione (ci mancano solo le cavallette). Andiamo per ordine.
La sinistra nel mondo
Guardare alle esperienze della sinistra in giro per il mondo non credo sia provincialismo, ma curiosità. E se abbiamo qualcosa da imparare, anche dagli sbagli, credo possa essere utile e salutare anche a casa nostra.
È vero: tendiamo come italiani e forse anche come democratici a evocare papi stranieri, insoddisfatti della nostra minestra. Ma provare a capire dinamiche e processi che avvengono all’estero non mi pare un bovarismo, ma forse un pezzo – solo uno eh – del lavoro che siamo chiamati tutti insieme a fare per vincere e poi governare qui da noi. Tanto è vero che la segretaria del mio partito nelle ultime settimane ha incontrato molti leader internazionali e che fa bene a farlo perché è parte del suo lavoro, il confronto, la collaborazione, e non la chiusura o l’autosufficienza.
Incontrarsi sui temi
Secondo. Non è riformista – almeno io la penso così – proporre una e una sola identità rispetto allo sforzo di mediazione al quale è tenuta la leadership. Brutale: nessuno propone una nostalgica svolta al centro del Pd a fronte di un partito schierato più a sinistra. Sono due caricature. Ma si può dire che su alcuni temi e questioni possiamo, tutti quanti assieme, fare passi avanti per incontrare il consenso di un crescente numero di elettori, senza alienarci il nostro zoccolo duro attestato da anni sulle cifre attuali del Pd?
E non parlo, Marco, dei temi della sicurezza di cui, un po’ pelosamente ammetto, ora parlano un po’ tutti dalle nostre parti (meno sul punto migratorio, chissà come mai) o di quelli della difesa, che non è una parolaccia da falchi, bensì protezione di democrazia e libertà come in Ucraina (che talvolta diamo l’impressione quasi di vergognarci di sostenere).
Ma di quelli ambientali, per fare un esempio, sui quali dovremmo avere come partito una leadership più assertiva, un profilo più delineato e riconoscibile (senza nulla togliere al lavoro di tante persone competenti nel Pd). O della crescita e del potere di acquisto delle famiglie e degli stipendi degli italiani (perché non possiamo farci bastare il sacrosanto salario minimo). O dell’Europa che non è solo grandi principi e padri nobili, ma lo spazio pratico e simbolico della nostra azione politica, nostra del Pd.
Il confronto necessario
Allora perché mostrificare il riformismo, antica tabe della sinistra? Perché insultare i riformisti, quelli dentro e fuori del Pd? Per non disturbare il manovratore? Non credo che una messa all’indice sia lo strumento migliore per costruire unità e consenso, rispetto e condivisione, come auspicato da Romano Prodi ancora sabato scorso.
Ci sono temi su cui fatichiamo un po’ tutti a ritrovarci? Ci si confronta, con pazienza, con attenzione, con generosità. Con cura. Senza il compiacimento di chi “se la sente calla”, come si dice a Roma. E senza decaffeinare il nostro messaggio, o diluire la linea, sia mai. Ma un partito, Marco, e lo sai meglio di me, è anche questa fatica, questa responsabilità. Da parte di tutti. Chi milita, chi osserva, chi consiglia, chi guida. Proprio per evitare quella irrilevanza alla quale troppi – su questo hai ragione – vorrebbero costringerci. Il Pd è un grande partito, largo e riformista. Nessuno si senta offeso, nessuno si senta escluso.
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