Il Labour affonda nella crisi e segue il malinconico destino dei socialisti francesi e dei socialdemocratici tedeschi. Il Pd guidato da Elly Schlein continua invece a tenere insieme le sue anime, grazie alla capacità politica di tenere insieme visioni anche distanti senza cedere sulla necessità di avere un progetto e una identità riconoscibile che trova il consenso dell’elettorato
“Change”, era lo slogan con cui il laburista Keir Starmer stravinse le elezioni inglesi, con 412 deputati su 650, nell’estate del 2024, dopo il disastro dei conservatori della Brexit. Sembrano passate secoli. In meno di due anni il trionfo si è dissolto, gli elettori vogliono cambiare soprattutto lui, in compagnia di mezzo partito laburista. Il Labour va a pezzi dopo il rovescio elettorale che ha visto il primato di Nigel Farage e, a sinistra, l’exploit dei Verdi, segue il malinconico destino dei socialisti francesi e dei socialdemocratici tedeschi.
Eppure solo nel 2024, nel dibattito italiano il Changed Labour di Starmer era stato presentato come il modello vincente, da imitare, contrapposto al Fronte popolare francese che nelle stesse settimane aveva conquistato un effimero primato elettorale. Un gruppo di esponenti e parlamentari riformisti del Pd aveva preparato un libretto per esaltare la Quarta via inglese. Finita oggi nel vicolo cieco.
Tutto questo aiuta a capire la singolarità del caso italiano e anche alcune reazioni al sondaggio Izi pubblicato da Domani (9 maggio) tra gli elettori del Pd. Il senatore del Pd Filippo Sensi (tra gli autori dell’analisi sulla Quarta via) ha scritto sui social che per il sondaggio gli elettori del Pd in Europa il partito deve formare un’alleanza riformista e moderata e non spostare l’asse a sinistra. «Da queste dati, queste indicazioni: un Pd riformatore». Mario Lavia, al contrario, ha visto «una comunità chiusa, pigramente identitaria» (Linkiesta, 12 maggio).
Ha già risposto qui Gianfranco Pasquino (13 maggio): «Le richieste affinché il Pd si dia una identità precisa sono, al tempo stesso, comprensibili e irricevibili». Aggiungo che il compito di una leadership, qualsiasi leadership, è trovare una sintesi, non per furbizia dorotea o per indecisione, ma perché questa significa fare politica, se si guida un grande partito. Perfino Re Giorgia, monarca assoluta, è obbligata a fare sintesi in quella specie di faida tra clan e famiglie che è Fratelli d’Italia.
Ciò che non si perdona
Quello che non viene perdonato a Elly Schlein da un pezzo di commentatori è che la segretaria imprevista (per loro) ha dimostrato in più di tre anni di saper reggere l’unità del Pd e del centrosinistra più di tanti federatori immaginari. Non è Giorgia Meloni che tiene su Elly Schlein, ma la capacità politica di tenere insieme visioni anche distanti senza cedere sulla necessità di avere un progetto e una identità riconoscibile che trova il consenso dell’elettorato.
Lo conferma anche la convention dei cattolici di ieri mattina a Roma. Per mesi si è sbandierata la certezza che Graziano Delrio avrebbe utilizzato questa occasione per lasciare il Pd. Arrivati al dunque, però, l’addio non c’è stato: il Pd resta dunque il partito di riferimento anche di questa area. E se ci fossero le primarie, non ci sarebbero alternative a votare Elly Schlein. Mentre resta senza risposta la vera incognita nella costruzione della coalizione alternativa alle destre, ovvero la rappresentanza di quell’elettorato che sta nel centrosinistra ma non si riconosce negli attuali partiti che la compongono.
L’unico che ha il carattere per partecipare all’impresa, piaccia o non piaccia, si chiama Matteo Renzi, non è detto che basti, anzi, ma questo è. Tutti gli altri sono animati da una straordinaria inconcludenza, sono un misto di abnegazione e opportunismo, per citare una famosa battuta di Aldo Moro, ecco un leader che sapeva fare sintesi trascinando il corpaccione del partito dove voleva lui.
La via contro l’irrilevanza
La novità, semmai, a proposito di comunità chiuse, è la sempre più evidente deriva settaria degli auto-nominati riformisti: estremisti incapaci di fare squadra perfino tra loro (come raccontano, per i masochisti appassionati del genere, le continue crisi di gelosia nel terzo polo), refrattari all’ingrediente numero uno della politica che è la mediazione, alieni da ogni forma di auto-critica.
Quanti hanno avuto da dire un pensiero sul fallimento assoluto, la pietosa figura che ha fatto la sinistra del sì al referendum sulla giustizia, composta soprattutto da rancorosi ex comunisti scivolati a destra (in questo caso per opportunismo, più che per abnegazione), una fazione che può contare su più testate giornalistiche che elettori? Una piccola setta estremista rimpiange il partito che non c’è, tutto a sua immagine e somiglianza.
Mentre il modello italiano, ben più vincente e competitivo delle terze o quarte vie, in linea con altre esperienze, a cominciare da quella spagnola di Pedro Sánchez, dimostra che è possibile tenere insieme una generazione nuova nella costruzione di un progetto ambizioso di cambiamento che non perda il suo riferimento più importante, il popolo. Quello che serve per evitare la fine inglese o francese o il ruolo che piacerebbe a tanti commentatori per la sinistra italiana: la ruota di scorta, l’irrilevanza.
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