In mattinata Giorgia Meloni convoca i ministri di Esteri e Difesa, Antonio Tajani e Guido Crosetto, e il sottosegretario Alfredo Mantovano, per farsi riferire quello che sanno sulla Global Sumud Flotilla. Dalla notte circolano in rete i video degli abbordaggi della marina israeliana. Sono 175 gli attivisti arrestati, 23 sono italiani; una ventina di barche è abbandonata alla deriva con i motori spaccati. Le barche sfuggite all’assalto stanno riparando a Creta: per l’arrivo del maltempo e per capire come riorganizzare la missione.

A quell’ora di mattina la premier vede anche dalle agenzie che per il pomeriggio già si moltiplicano le convocazioni di solidarietà nelle città. A Milano parte il primo corteo. Il sindacato Usb ha rispolverato il grido «Blocchiamo tutto» delle proteste dello scorso ottobre per l’abbordaggio della precedente Flottiglia.

Maurizio Landini annuncia la presenza della Cgil nei presidi «per fermare la spirale di violenza che non è mai cessata né a Gaza né in Cisgiordania dopo la cosiddetta tregua. È ora che il governo assuma una posizione chiara e priva di ambiguità, sospenda l’invio di armi a Israele e riconosca lo stato di Palestina».

La condanna del governo

Per Giorgia Meloni è un preoccupante déjà vu: di tutti gli errori che ha fatto la scorsa volta. Aveva irriso i flottiglianti e ignorato i manifestanti. E questo ha pesato parecchio nel suo calo di consenso nel paese, via via fino al disastro del referendum. Stavolta dunque si muove accorta e più in fretta. In quel caso aveva spiegato che gli attivisti erano degli «irresponsabili», mentre Crosetto però inviava una fregata a vigilare sulle barche italiane.

A fine briefing, il comunicato di palazzo Chigi è severo: il governo «condanna il sequestro delle imbarcazioni» e «chiede al governo d’Israele l’immediata liberazione di tutti gli italiani illegalmente fermati, il pieno rispetto del diritto internazionale e garanzie sull’incolumità fisica delle persone a bordo». L’unica eco dei tempi andati, quelli della sintonia con Benjamin Netanyahu, è l’impegno «per continuare a fornire aiuti umanitari a Gaza nel quadro della cooperazione e nel rispetto del diritto internazionale». Ma ormai neanche il governo può negare che di quel rispetto, a Tel Aviv, non c’è e non ce n’è mai stato: a Gaza gli aiuti ufficiali vengono distribuiti con il contagocce. Italia e Germania firmano una nota comune, stessi contenuti.

Prima, all’apertura dei lavori delle aule parlamentari, le opposizioni si sono infiammate. Alla Camera Avs, Pd e M5s hanno chiesto un’informativa urgente a Meloni, Tajani e Crosetto. «Siamo davanti a un bracconaggio di Stato, a un safari», attacca il rossoverde Marco Grimaldi, «cosa deve ancora succedere per fermare le relazioni istituzionali con Israele, richiamare il nostro ambasciatore e sospendere qualsiasi accordo di cooperazione? Netanyahu è un criminale di guerra e il sequestro anche di italiani è un atto ostile».

Subito dopo tocca a Arturo Scotto (Pd), a ottobre era uno dei quattro parlamentari italiani imbarcati (viaggiava su Karma, la nave dell’Arci); è stato arrestato ed espulso da Israele. Ha raccontato dei maltrattamenti ricevuti, lui anche meno di altri. «La storia si ripete, come sei mesi fa, di notte, con droni, bombe sonore e flashbang: ieri a mille chilometri da Gaza, in acque Sar greche (“search and rescue”, “ricerca e soccorso”, ndr), un’azione di pirateria senza precedenti».

Ad Ashdod, no, in Grecia

A quell’ora gli arrestati sono a bordo di una corvetta che viaggia verso il porto di Ashdod. Al governo viene fatto sapere che sbarcheranno il 2 maggio: ci vuole tempo, del resto sono lontanissimi. Più tardi il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar annuncerà che la rotta è cambiata: vanno verso le coste greche, «saranno sbarcati su una spiaggia». Si capisce che Atene è d’accordo con Tel Aviv dall’inizio. Risulta che Crosetto si sia imbufalito con il collega israeliano quando ha saputo che gli attivisti, dunque anche gli italiani, dovevano fare due giorni di navigazioni da detenuti, in condizioni poco chiare. «Sono illesi», gli è stato assicurato.

Scotto si rivolge alla premier: «Tutela o no i 55 cittadini italiani a bordo? Per quale motivo non è stata inviata una fregata militare a scortare quelle navi, quando era già noto il rischio di un intervento israeliano?». Ce n’è soprattutto per la Commissione europea: prima delle proteste ufficiali per l’abbordaggio, un portavoce aveva sconsigliato la missione: «È inaccettabile che un paese non membro Ue utilizzi il mare come casa propria a poche migliaia di chilometri dalle coste europee, umiliando l'intera comunità internazionale». Il suo compagno di partito Andrea Orlando avverte: «Non so se ci siano più le condizioni perché questa Commissione sia sostenuta dai socialisti».

In questa missione non ci sono parlamentari italiani. È stata organizzata più in fretta, e in un’altra fase delle guerre del Medioriente: la finta tregua ha spento i riflettori sulla Striscia, c’è una nuova guerra degli Usa contro l’Iran e di Israele contro l’Iran e il Libano. Tel Aviv ha lanciato avvisi sempre più minacciosi verso la nuova Flottiglia: «provocatoria» e composta da «sostenitori di Hamas», dice Netanyahu, come sempre. Come sempre è sarcastico: «Continueranno a seguire Gaza su Youtube».

Scotto, nei primi quattro giorni di navigazione, è rimasto sempre in contatto con le barche; a bordo c’è il suo ex compagno di missione Tony La Piccirella, già skipper dell’Handala. Da ore però non risponde più. È stata «un’inaccettabile violazione del diritto del mare», dice anche Elly Schlein, «fatta con arroganza a largo di Cipro, in acque internazionali a 50 miglia dalle coste greche e quindi dall’Europa».

La leader Pd chiede al governo «una chiara condanna». Ma si deve accontentare del comunicato di Palazzo Chigi. Quanto all’informativa, il governo fa sapere che non andrà in aula prima di martedì. A rientro degli italiani avvenuto, è la speranza.

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