L’obiettivo dichiarato è raggiungere le coste della Striscia, ma anche riportare l’attenzione sulla Palestina e alimentare la pressione diplomatica su Israele. «È la dimostrazione che le azioni individuali, se fatte insieme, possono cambiare la realtà»
Augusta – Quando le barche, una dopo l’altra, partono dal porto di Augusta, la flotilla è una famiglia. Le relazioni tra i membri della missione primaverile della Global Sumud si erano già consolidate sulla terra ferma grazie ai giorni intensi di vita comunitaria ad Augusta: assemblee, pasti comuni, spazi stretti e condivisi, training densi e il mutuo aiuto necessario a far funzionare le cose in mare, che solo chi sa navigare conosce a fondo, sono serviti a trasformare centinaia di persone già unite da un obiettivo comune, giustizia per la Palestina, in un vero e proprio equipaggio in grado di sfidare non solo meteo e mare ma anche il sistema di potere globale.
L’ultima sera prima della partenza, al tramonto, un matrimonio maori tra due partecipanti alla più grande missione umanitaria che abbia mai tentato di rompere il blocco navale sulla Striscia, celebrato sulle note di “Con te partirò” di Andrea Bocelli, è stato uno dei tanti simboli della solidarietà che rende possibile la missione.
La mattina, al briefing quotidiano, tra gli speaker, oltre ai membri dello steering committee di Gsf, anche l’italiano Marco Giusti che nel 2008 partecipò alla prima missione del Free Gaza Movement che riuscì a rompere il blocco israeliano, attraccò al porto di Gaza City accolta da migliaia di palestinesi: «Sono sicuro che la barca su cui viaggiavo, Dignity, ora porterà il nome anche di tutte le vostre che stanno per partire», grida all’equipaggio che lo accerchia e applaude.
Ma non appena le 60 barche salpano tra i cori e gli applausi di chi è rimasto al porto, direzione Gaza, guidate dalla Saf Saf, dipinta dalla street artist Laika, su cui viaggia anche l’attivista brasiliano Thiago Avila, c’è anche un’aria nuova a sfiorare i volti dei circa 500 partecipanti – tra cui ci siamo anche noi di Domani, a bordo della barca a vela Furleto – per la maggior parte italiani, turchi e malesi, che forse solo quelli che già hanno affrontato le scorse missioni conoscono già: la curiosità verso l’inaspettato, la voglia di arrivare a Gaza, i timori per l’incontro con l’Idf, se avverrà, che si uniscono al desiderio di riaffermare il valore della giustizia.
«La flotilla dimostra che le azioni individuali, se fatte insieme, possono cambiare la realtà», aveva spiegato a Domani Hazami Barmada, attivista per i diritti umani, consulente anche dell’Onu e tra le organizzatrici della Gsf, subito dopo che la grande assemblea generale con tutti i naviganti si era tenuta al porto di Augusta per fare l’ultimo punto pre-partenza il 24 aprile: «La scorsa missione non solo ha avuto il merito di portare Gaza al centro del dibattito pubblico ma anche di contribuire al cessate il fuoco. Ora siamo in un momento in cui le persone cercano speranza e azioni dirette e il coraggio è contagioso. Così dobbiamo partire adesso».
Per Barmada il movimento della Global Sumud Flotilla, che in poco tempo ha raccolto un grande numero di persone, è cresciuto anche attraverso il suo potere simbolico, per cui la missione non può dirsi riuscita solo se le barche raggiungono le coste della Striscia ma anche grazie all’attenzione che riesce a portare sulla Palestina e alla pressione diplomatica che genera: «Blocchiamo i porti, mobilitiamoci via terra, il movimento è unico».
La stessa filosofia anima l’equipaggio di mare e di terra, convinto di stare facendo la cosa giusta. Così gli interventi dell’ultimo periodo – il discorso di Francesca Albanese al primo Congresso della Global Sumud Flotilla, a Bruxelles, e i dubbi di Greta Thunberg che questa volta non sarà sulle barche verso Gaza – invitano alla riflessione gli organizzatori della missione ma non fermano la flotta di civili, con la nave di Open Arms in testa e l’Artic Sunrise di Greenpeace a chiudere, che punta a «rompere l’assedio».
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