Il popolo di Pontida è tornato a riunirsi, stavolta senza palco e comizi. A mezzogiorno di domenica 22 marzo, nell’abbazia di San Giacomo affacciata sulla piazza del Giuramento, si sono celebrati i funerali di Umberto Bossi. Un addio pubblico ma non di Stato, per scelta della famiglia, che ha voluto una cerimonia semplice: niente interventi politici, solo ricordi. In chiesa circa quattrocento posti, tra familiari, amici e autorità. Fuori, un maxischermo per i militanti arrivati da tutta Italia.

Il feretro, adornato con i fiori e una bandiera con il sole delle alpi, ha fatto il suo ingresso tra gli applausi nell'abbazia di San Giacomo a Pontida, a pochi passi dal “sacro prato” dei raduni del Carroccio. 

Alla cerimonia hanno preso parte Giorgia Meloni e il leader di Forza Italia Antonio Tajani, i presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, i ministri Giancarlo Giorgetti, Giuseppe Valditara, Alessandra Locatelli e Daniela Santanchè. Presente anche il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi.

C’era soprattutto la Lega, con Matteo Salvini in camicia verde. «Mollala» e «vergogna», gli hanno gridato alcuni militanti del Partito popolare del Nord promosso dall’ex ministro Roberto Castelli. Il leader leghista è stato contestato anche all’uscita, quando ha baciato la vedova. «Bacio di Giuda» e «traditore» sono le parole che alcuni militanti gli hanno rivolto.

La premier è stata applaudita mentre alcuni militanti gridavano «secessione!».

Anche all’arrivo di Luca Zaia e Attilio Fontana la piazza dei militanti ha tributato un applauso. Al suo arrivo Zaia si è abbracciato con il ministro Giancarlo Giorgetti. Presenti anche il ministro Roberto Calderoli, il capogruppo alla Camera Roberto Molinari, il presidente della provincia di Trento Maurizio Fugatti. L’ex presidente del Consiglio Mario Monti è stato contestato da alcuni militanti: «Vai via, vergogna, venduto».

«Bossi, Bossi. Padania libera». «Libertà, libertà». Sono i cori scandiditi dalla folla. Poi all’uscita del feretro dalla chiesa è scattato «abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore». Giorgetti ha detto al microfono «per cortesia» per placare i militanti e consentire al parroco di recitare l'eterno riposo.

Su una facciata dell'abbazia era appeso lo striscione con la scritta «Grazie capo, la tua storia vivrà sempre con noi», della sezione di Pontida della Lega. «L’ultimo passaggio con il popolo della Padania e la grande famiglia della Lega…», aveva scritto il figlio Renzo annunciando le esequie.

Già dalle prime ore del mattino centinaia di persone avevano raggiunto l’abbazia. Fazzoletti verdi con il Sole delle Alpi, bandiere con il leone di San Marco, striscioni: «Una vita senza libertà non è vita. W Bossi». La piazza era transennata, l’organizzazione affidata a militanti storici del Carroccio. Tra loro anche volti noti delle stagioni d’oro, come Mario Borghezio. C’è chi è cresciuto politicamente con lui. «Era il mio idolo fin da bambino», racconta per esempio Alessio, 28 anni, amministratore locale: «Ho deciso di fare politica ascoltando un suo discorso». È anche questo, oggi, il senso del ritorno a Pontida: l’ultimo omaggio all’eroe popolare nel luogo più identitario del movimento. 

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