A Roma parte «Nova», il percorso per scrivere il programma del M5s ma «aperto a tutti». In 500 per la prima tappa di formazione, fra «bombi» e «farfalle». Poi a metà maggio «cento spazi di democrazia» in altrettante città. Il movimento verso il salto nell’iperspazio della coalizione. Il presidente: «Il nostro elettorato è nato “contro”, ora va portato alla coalizione su una base programmatica». «A Barcellona è la riunione dei socialisti. Ma cominciano a chiamarsi progressisti, è un passo avanti»
«Non c’è un minuto da perdere», dice Giuseppe Conte mentre entra al palazzo dei Congressi dell’Eur, il governo di Giorgia Meloni potrebbe non durare fino a fine legislatura, «quindi oggi iniziamo a scrivere il programma». L’appuntamento «Nova, la parola all’Italia», in realtà non è un per la stampa: è una giornata di formazione per 500 attivisti, iscritti e non (non ci sono insegne del Movimento Cinque stelle), in vista dei cento «ost», open space technology, anche detti «cento spazi di democrazia» in altrettante città d’Italia, «per raccogliere proposte concrete da portare al tavolo della coalizione progressista». Questa è una «simulazione», spiegano, una prova generale: le giornate vere saranno quelle del 16 e 17 maggio. Il 30 e 31 maggio ci sarà «il confronto deliberativo» con 300 rappresentanti. Infine a giugno la presentazione dei risultati e il voto dell’assemblea.
Qui sono arrivati da tutta Italia, isole comprese. C’è entusiasmo: «Scriva di questa bella esperienza», intima allegramente Giusy Piccone, consigliera comunale di Alghero. Ma c’è anche un po’ di apprensione: per il salto nell’iperspazio della futura alleanza. Mescolati agli attivisti – ma la regola dell’«uno vale uno» ormai è sorpassata – c’è un gruppetto di parlamentari ed ex che hanno resistito alla falcidia del doppio mandato: fra gli altri Stefano Patuanelli, Riccardo Ricciardi, Enrica Alifano, Vittoria Baldino, Paola Taverna. E Vito Crimi, l’indimenticabile torquemada che nel 2013 disse in diretta streaming a Pier Luigi Bersani, che gli chiedeva di entrare nel suo governo: «Non ce la sentiamo di fidarci di voi». Tutto prescritto.
Cari Schlein e Conte, senza energie rinnovabili non c’è un dopo MeloniLa famiglia dei progressisti
Angelo e Angelo vengono da Benevento, sono nel movimento uno dal 2009 e uno dal 2012. Raccontano: «Prima c’era un po’ di tutto, ora è chiaro che altri cinque anni con questa destra non li vuole nessuno. Sono rimasti quelli più motivati». Intendono “quelli di sinistra”. Epperò qui la parola d’ordine è «progressisti». È lo stesso Conte a spiegare, ai pochi cronisti ammessi, la genesi della definizione: «Un anno fa, all’ennesima domanda in tv, “ma sei di sinistra?”, ho risposto: siamo progressisti, ma indipendenti». Ma allora oggi non avrebbe voluto stare a Barcellona, al Global Progressive Mobilisation, con Sanchéz, Lula e naturalmente Elly Schlein? «Ma no, lì ci sono i socialisti, noi a Bruxelles facciamo parte di un’altra famiglia. Vedo che anche loro si cominciano a definire “progressisti”: è un passo avanti».
Verso il programma
Il grande passo avanti in realtà lo fa il M5s: verso l’alleanza. Gli attivisti sono chiamati a discutere i punti programmatici che rispondono alla questione che campeggia su un poster: «Cosa deve fare il governo della coalizione progressista nei prossimi cinque anni per migliorare la vita degli italiani e delle italiane?». I primi venticinque che alzano la mano hanno diritto di fare le loro proposte, poi si dividono in venticinque gruppi, ciascuno sul tema di cui vogliono discutere. Scritto a mano su fogli A4 che compongono un menabò: «Sanità», «Sicurezza energetica» «Giustizia», «Dissesto idrogeologico» ma mica così facili, «Sicurezza sociale nazionale per le categorie fragili», «Modelli integrativi di welfare», «Calibrazione della giustizia e tutela delle vittime», «Come eliminare le leggi mancia e le clientele elettorali», «Prospettive di fuga dei cervelli e politiche giovanili».
Su due piedi
Ciascuno è libero di scegliere il gruppo in cui andare, è «la legge dei due piedi», spiega Iolanda Romano, presidente di Avventura urbana, società specializzata in «progettazione partecipata delle politiche pubbliche». In pratica va dove lo portano le sue gambe, niente costrizioni, «abbiamo studiato che la forma della partecipazione libera, non la costrizione per ore su una sedia, porta al miglior risultato finale». In politica, secondo la regola della casa, si può essere come si è: «bombi» o «farfalle», recitano i cartelli, a spregio delle ironie. I bombi «fanno rumore, saltano da una sessione all’altra, impollinano, destabilizzano, spiazzano»; le farfalle sono «silenziose, stanno in disparte, lasciano spazio a nuove riflessioni»: morale, c’è spazio per tutti. Nel pomeriggio ogni proponente, in pratica un capoclasse, raggiunge il bancone dei computer e scrive un report con la proposta finale del gruppo.
Curiosità: in mattinata nessuno ha proposto un gruppo sulla politica estera e sulle armi all’Ucraina. Eppure sarà il tema più delicato, al tavolo della coalizione, quando sarà.
Diversi ma uguali
Conte suona la carica all’apertura dei lavori, l’enfasi gli prende la mano: «Pensate che orgoglio che dobbiamo avere rispetto al fatto di poter contribuire per la prima volta nella storia repubblicana, ad una radicale, di sconvolgente novità. Non esiste in un altro paese un percorso simile. È un progetto rivoluzionario», «Ci apriremo anche ai non iscritti. L’importante è che si senta respirare la società e non gli apparati di partito. Sono invitati anche gli elettori delle altre forze progressiste, e anche se qualche dirigente vuole partecipare è benvenuto. Coinvolgiamo tutti, non ci chiudiamo. Apriamoci come nella nostra tradizione».
La scommessa di Conte sta qua: allargare le interlocuzioni sociali del movimento. In vista della corsa alle primarie? Certo, ma è una parola che nessuno pronuncia. Ma la sfida è anche mantenere la natura originaria, la linea fundadora del movimento. Per dirla con Nanni Moretti: «Noi siamo uguali agli altri, ma siamo diversi». Il delicato equilibro di allearsi ma senza omologarsi. Giovedì scorso, alla Camera, il presidente ha partecipato a un dibattito sul film «Berlinguer, a love story», di Pierpaolo Farina, fondatore del sito enricoberlinguer.it . Sentite che ha detto: «Nel rispetto di una tradizione politica di cui non intendiamo appropriarci», quella comunista, «Berlinguer per noi è una fonte di ispirazione notevole», segue citazione della famosa intervista di Eugenio Scalfari sulla questione morale, «che non significa moralismo». Ma anche, attenzione: «Noi ci sentiamo eredi della diversità comunista», «siamo scomodi», «provochiamo irritazione», «non ci devono dare per scontati».
Da “contro” a insieme
E così quando sottolinea che per M5s il progetto progressista sarà «un’alleanza non organica» vuole dire, ci sembra, che gli accordi non sono un destino o una condanna: il Pd non si illuda, e non pretenda, che alla coalizione vengano sacrificati i tratti identitari. Non è interesse, neanche degli alleati, un movimento che perde identità. E voti. Perché alle elezioni conterà la politica, ma anche l’algebra.
Conte dunque deve portare i suoi su una strada inedita, sconosciuta, e piena di insidie. A parte, al palazzo dei Congressi, la spiega così: «Il nostro elettorato è nato “contro”. Anche contro i partiti, e diciamo la verità anche contro anche contro il Pd. Ricordate Pdmenoelle?». E chi se lo scorda, era lo slogan di Grillo, l’antipolitico per antonomasia. Ora Grillo fa causa per togliere il simbolo al movimento, e di acqua sotto i ponti ne è passata. L’imperativo della coalizione è chiaro a tutti, «ma il nostro popolo va portato alla coalizione su una base programmatica», dice il presidente. È semplice capire cosa vuol dire: altrimenti non lo seguirebbero.
Messaggio al Pd e agli alleati: lasciate fare a Conte il Conte. Certo, mica facile. Per esempio quando dice, e lo fa anche qui, una roba alla Salvini: «Una follia andare a comprare gas americano che costa tantissimo, quando c'è del gas disponibile che costa molto meno, ed è il gas russo». Ma non prima della pace fra Russia e Ucraina, sottolinea: dunque «facciamo subito un negoziato, coinvolgendo anche la Cina. Arriviamo subito a una soluzione, perché dobbiamo comprare il gas russo, ed è più conveniente per le nostre imprese e per i nostri cittadini».
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