Un passaggio cruciale della crisi del 2022, con l’addio del premier e la scelta del Pd. Il leader dei Cinquestelle: «Fui additato come nemico pubblico numero. Anche il Pd ci accusò, ma noi eravamo stati leali». L’anticipazione dal nuovo libro di Giuseppe Conte
Il 14 luglio 2022, constatato che i senatori del Movimento non avevano partecipato al voto di fiducia, Draghi annunciò le dimissioni, che avrebbe rassegnato in via definitiva il 20 luglio, all’esito del confronto in Parlamento. […] Le giornate successive furono molto complicate, tra le più difficili della mia esperienza di politico. Ero da tempo il bersaglio di gran parte della stampa. Ma in quell’occasione divenni per tutti il nemico pubblico numero uno, lo scellerato che aveva fatto cadere il «governo dei migliori».
Nessuno che osasse discutere nel merito le richieste che avevamo avanzato, che riconoscesse come legittima la nostra pretesa di rilanciare una nuova agenda sociale che comprendesse il salario minimo legale, gli interventi sul carovita, il taglio del cuneo fiscale. Niente da fare. Tutto il sistema mediatico, dai giornali alle tv, era concentrato nello screditare la nostra azione, senza accennare minimamente alla responsabilità di un presidente del Consiglio che non aveva neppure voluto provare ad aprire un tavolo di discussione delle nostre proposte. […]
Intanto la lotta politica si fece ancora più spietata. Al coro delle accuse si aggiunse anche chi era stato nostro alleato durante la pandemia. Il segretario del Pd Enrico Letta, pure lui completamente infatuato dell’agenda Draghi, parlò del 20 luglio come del «giorno dell’irresponsabilità» e mi additò pubblicamente. Fu un colpo che non mi aspettavo. Con loro ero stato sempre leale. Avevo provato a spiegare in tutti i modi che la norma che volevano inserire sull’inceneritore a Roma rappresentava un tradimento delle politiche di transizione ecologica perseguite nel Conte II. Ed erano stati i primi a essere informati che per noi la situazione era diventata insostenibile anche per la scelta di incrementare le spese militari trascurando le urgenze dei cittadini. Lo avevo fatto in una riunione che avevamo preferito mantenere riservata. Ero stato invitato da Dario Franceschini a intervenire, all’inizio di luglio, alla tavola rotonda del convegno della sua corrente AreaDem, a Cortona.
[…] Appena qualche giorno prima si era diffusa la notizia che Draghi aveva cercato l’aiuto di Grillo per estromettermi e volevo evitare uscite pubbliche e ulteriori dichiarazioni sul punto. Ma Dario era stato il ministro capodelegazione del Pd nel governo Conte II e avevamo lavorato bene insieme durante la pandemia, quindi non volevo fargli un torto. Prima dell’incontro pubblico, avevamo concordato di appartarci per un confronto politico con lo stesso Franceschini, Enrico Letta e Roberto Speranza. Discutemmo delle chiare difficoltà che il governo stava attraversando. Li ascoltai, ma fui molto chiaro. Da un lato, li rassicurai che non avevamo nessuna intenzione di togliere il sostegno a Draghi per il suo intervento su Grillo. Dall’altro, però, dissi che per noi gli impegni presi con i cittadini vengono prima di tutto e che avremmo continuato a sostenere il governo solo a condizione che si lavorasse a provvedimenti urgenti a favore di famiglie e imprese.
In sostanza, anticipai quello che poi avrei scritto nella lettera presentata a Draghi qualche giorno dopo. […] Di fatto, l’infatuazione di Letta per l’”agenda Draghi” portò alla scelta sciagurata, e per più di un verso di rilievo storico, di andare divisi alle elezioni. Per Giorgia Meloni la strada era definitivamente spianata. Quanto al Movimento, non poteva svendere pezzi della nostra storia e rinnegare le nostre battaglie, accettando di prendere lezioni da chi camuffava la difesa dello status quo e delle proprie rendite di potere parlando di maturità e responsabilità.
Allora premetti il tasto “play” sulla videocamera nel giardino della mia casa di famiglia a San Giovanni Rotondo e dichiarai che il M5S, dopo qualche errore, doveva tornare a rivendicare con orgoglio il suo manifesto politico, calpestato nei fatti da Draghi e dal resto della maggioranza di governo. Non potevamo lasciar estinguere il nostro progetto politico che aveva rivoluzionato un sistema chiuso in se stesso, producendo risultati fino a poco tempo prima inimmaginabili. Non potevamo lasciar svanire il sogno di riavvicinare i cittadini al senso più profondo del «fare politica». […]
Dovevamo risanare la ferita che si era aperta nei giorni difficili del febbraio 2021 – e che poi era diventata uno squarcio profondo – quando una buona parte del nostro elettorato si era sentita tradita dall’appoggio dato al «governo dei migliori». Dovevamo chiarire ai nostri sostenitori che la delusione di vedere tanti protagonisti delle battaglie del Movimento andare via per abbracciare l’agenda dei poteri forti aveva, sì, prodotto un trauma al nostro interno, ma veniva compensata dalla forte determinazione di chi era rimasto e dalla convinzione di poter agire, d’ora in avanti, con la massima coerenza politica, senza logoranti mediazioni interne.
Con questo spirito iniziammo la campagna elettorale. I sondaggi ci davano al di sotto del 10%, in caduta libera. Ma non ci lasciammo condizionare. Sentivamo di essere dalla «parte giusta». Il recupero di consenso fu sorprendente: 15,5%. Nella prima assemblea di gruppo del Movimento, subito dopo le elezioni, parlai a tutti e anche a me stesso: «Questo passaggio ci insegna che la serietà e la dedizione non sono sufficienti. Occorre qualcosa in più. Vi chiedo coraggio, perché senza coraggio non si cambia la società». Accesi la tv e vidi commenti sul buon risultato del Movimento dopo mesi di fango mediatico. Nel complesso, il passaggio elettorale registrava la disfatta del campo progressista, l’”agenda Draghi” lo aveva sconquassato con la furia di un tornado. Le elezioni incoronavano Giorgia Meloni nuovo premier. In compenso, chi aveva suonato le campane a morto dovette ricredersi, il Movimento 5 Stelle era ben vivo.
Testo tratto da Una nuova primavera. La mia storia, i nostri valori, la sfida progressista per l’Italia, Marsilio Editori, pp. 384, euro 19. In libreria dal 14 aprile
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