Le minacce del presidente americano Donald Trump, che vorrebbe annettere la Groenlandia e annunciato dazi nei confronti dei paesi che contribuiranno alla sicurezza di quel territorio, hanno costretto anche la premier italiana Giorgia Meloni a prendere le distanze dagli Usa.

La presidente del Consiglio, che si trova ancora a Seul come ultima tappa della sua missione in Asia, ha definito «un errore e non li condivido» i nuovi dazi a partire dal 1 febbraio per Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Regno Unito. Una presa di posizione scarna ma certamente un discostamento rispetto alla prassi del governo, che non ha mai visto Meloni dissentire così apertamente da Trump, nonostante abbia sfilato l’Italia dall’invio truppe in Groenlandia.

Del resto non c’erano alternative: schierarsi con gli Usa sarebbe stato uno strappo insanabile per l’Italia, che dell’Ue è paese fondatore. «Le minacce tariffarie minano le relazioni transatlantiche e rischiano di innescare una pericolosa spirale discendente. Continueremo a rispondere in modo unito e coordinato. Siamo impegnati a difendere la nostra sovranità», si legge infatti nella nota congiunta degli otto paesi, che auspicano «un dialogo fondato sui principi di sovranità e integrità territoriale che sosteniamo con fermezza».

Eppure, Meloni ha comunque tentato di ridimensionare lo scontro, sostenendo che ci sia stato un «problema di comunicazione e comprensione» sul senso della missione europea. Secondo Meloni, Trump avrebbe male interpretato il gesto, che non andava letto «nel senso di un'iniziativa fatta nei confronti degli Stati Uniti, ma semmai nei confronti di altri attori». Questa è la strategia con cui Meloni tenterà la mediazione con gli Usa per abbassare la tensione: nell’ottica anche da lui auspicata di un’Europa più impegnata sul fronte della difesa, lo spostamento di truppe in un territorio europeo sarebbe stato fatto nel senso di una deterrenza da altri player – loro sì ostili – nello scacchiere internazionale. Di qui, la speranza di poter tornare a un dialogo amichevole su un terreno comune: «É la Nato il luogo nel quale dobbiamo cercare di organizzare insieme strumenti di deterrenza verso ingerenze ostili in un territorio strategico».

Ieri la premier ha parlato sia con Trump che con il segretario della Nato, Mark Rutte (che a sua volta ha chiamato Trump e lo incontrerà a Davos) e poi anche gli altri leader europei, tutto nella direzione di una de-escalation. Per questo la premier ha continuato a sfilarsi sull’opzione di inviare truppe italiane sul territorio artico: «Prematuro parlarne, sto lavorando per cercare di abbassare la tensione», ha spiegato. Con un obiettivo primario: il coordinamento euro-atlantico, mantenendo solido il rapporto con Washington e prevenendo al tempo stesso interferenze esterne. Peccato che, ad ora, sia proprio Washington a mandare segnali ostili.

Avversari e alleati

La preoccupazione su scala globale è forte e Meloni rimane fino a oggi in Asia, ma le sue parole sono risuonate anche in Italia e hanno avuto riflessi interni e reazioni anche dentro la sua maggioranza.

Anche da Seul, la premier è stata chiamata a ribadire che «non c’è un problema politico con la Lega sulla Groenlandia» e, se il copione rimarrà lo stesso di sempre, presto toccherà anche al vicepremier Antonio Tajani ripetere che la politica estera è appannaggio solo suo e di palazzo Chigi. Intanto, però, la Lega è tornata ad esprimere una posizione diversa, cogliendo l’occasione per attaccare l’Ue e sostenendo che i dazi siano stati «gli amari frutti» della «smania di annunciare l'invio di truppe di qua e di là». In sostanza, la colpa dei dazi sarebbe degli otto paesi europei. Se la prima stoccata di risposta era arrivata dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, ieri è intervenuto sulla stessa posizione anche Tajani, sottolineando che «un'ulteriore guerra doganale serva soltanto ad avvantaggiare i competitor dell'Occidente». Una tensione interna, questa, che rimane inesplosa grazie alla scelta di Meloni di temporeggiare sull’ipotesi di invio di una missione italiana in Groenlandia.

L’opposizione, invece, ha trovato invece un fronte comune nella critica a Meloni, ancora troppo equilibrista. «Ci saremmo aspettati una presa di posizione netta: la Groenlandia non si tocca e difendiamo l'integrità territoriale di uno Stato membro dell'Ue», ha detto la segretaria Pd Elly Schlein, che ha accusato la premier di voler essere «il governo più trumpiano d’Europa», scivolando però nella «marginalità» ed entrando in «contraddizione» con l’Ue. Anche secondo Avs, la linea italiana è stata «giustificatoria» e «subalterna», visto che non c’è stata la richiesta ufficiale del ritiro dei dazi. Il presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte si è domandato con ironia che fine abbia fatto «il sovranismo» e che si sarebbe aspettato «parole chiare e forti per difendere la sovranità della Danimarca», invece «siamo al servilismo più ignominioso».

Ad oggi, la situazione rimane tesa e in bilico. L’Italia ha nuovamente scelto il ruolo di mediatore con gli Usa proprio come con i dazi, ma in questo caso è in gioco l’integrità territoriale di un paese dell’Unione, su cui gli Stati Uniti stanno esercitando un ricatto commerciale come strumento di pressione geopolitica. Per Meloni, Trump sarebbe «pronto ad ascoltare». Il punto, però, è se il tycoon poi frenerà davvero le sue mire sulla Groenlandia.

© Riproduzione riservata