A cercare le dichiarazioni di Elly Schlein sul referendum pronunciate dall’inizio del nuovo anno, se ne trovano, certo. Alcune. A domanda risponde, certo. Ma in genere parla d’altro. Certo, ci sono le guerre, la Groenlandia, la sanità, i salari, Giorgia Meloni che promette di nascosto a Donald Trump di portare l’Italia nel Board of peace.

Però il voto del 22 e 23 marzo, l’ultimo in cui sarà convocato tutto il corpo elettorale prima delle elezioni politiche, nella comunicazione della segretaria Pd resta in secondo piano. E invece sarà un voto da fine-di-mondo: perché la vittoria del Sì sarebbe utilizzata da Meloni per mettere il turbo sulla legge elettorale e poi via verso la conferma a palazzo Chigi.

E una sconfitta del No, oltre a infilare il campo progressista in un tunnel di sconforto, farebbe fibrillare le attuali leadership. A meno che non fosse una sconfitta di misura, ma così di misura da assomigliare a una quasi vittoria.

Il Pd a pieno ritmo

Sia chiaro, il Pd è in piena campagna referendaria. «Tutto il partito è impegnato a pieno ritmo», spiega Debora Serracchiani, responsabile giustizia del Pd. Lei, per dire, ieri rispondeva al telefono da Genova – città dove era anche la segretaria per partecipare alla commemorazione dell’operaio Guido Rossa, ucciso dalle Br – per un confronto sul referendum: «E solo oggi, e solo al Nord, ho contato più di venti iniziative a cui il Pd partecipa o che organizza».

Il piano c’è, è mobilitazione generale. Martedì scorso Schlein ha riunito la segreteria per fare un punto. Serracchiani, Alessandro Alfieri (responsabile Riforme) e Vincenza Rando (responsabile Legalità) hanno il mandato di convocare i segretari provinciali e regionali e distribuire l’elenco dei parlamentari che si sono occupati della riforma Nordio: tutti a disposizione per le iniziative.

«I nostri militanti sono già attivati, anche perché per il referendum si toccano gli argomenti che mobilitano di più da sempre: la difesa della Costituzione, la separazione dei poteri, il rispetto delle prerogative del presidente della Repubblica, l’autonomia della magistratura», spiega ancora Serracchiani, «ma bisogna allargare, allargare, allargare».

Serve portare un voto in più della destra, quindi non basterà chiamare a raccolta i propri. Bisogna rivolgersi anche a quelli a cui il tema della giustizia non smuove i precordi. Per il prossimo mese il Pd ha organizzato quattro weekend di «ascolto del paese»: si parte con un’assemblea della cultura e degli intellettuali, a Milano il 31 gennaio e il primo febbraio. E come si mettono insieme «l’ascolto del paese» e l’impellente urgenza di cercare voti per il No? «Ci saranno banchetti, punti di informazione, materiali», assicura Serracchiani.

Schlein non è partita

Nelle città i comitati nascono quotidianamente. Il Pd c’è sempre, con iniziative a 360 gradi, dai territori al vertice. Per esempio l’area Energia popolare, quella di Stefano Bonaccini e Alfieri, per il 31 gennaio a Napoli ha organizzato un’assemblea sul «riformismo di governo». Lì chiamerà a raccolta sindaci e amministratori del Pd e di centrosinistra (presente anche la sindaca di Genova, Silvia Salis), e lancerà un forte appello al No. Ci sarà anche Schlein.

La consapevolezza generale è che bisogna fare di tutto per vincere. Anche perché i sondaggi danno il Sì avanti, ma il No in progressivo recupero. Ieri l’ultimo di YouTrend per Sky TG24 dava 55 per cento contro 45, con un’affluenza al 62 per cento. Vanno benissimo le polemiche del Sì contro il No: fanno da moltiplicatori di propaganda. Così è stata la penalizzazione algoritmica della piattaforma Meta, che controlla i social Instagram e Facebook, contro il video virale del No del professore Alessandro Barbero. Una manna: i parlamentari M5s si sono scatenati. Tutti i parlamentari e i canali di Avs ieri hanno condiviso il video. Il Pd ha presentato un’interrogazione diretta a Meloni.

In questo generale gran da fare, l’unica renitente alla leva sembra proprio Schlein. Certo, il 10 gennaio ha partecipato al lancio del comitato civico del No con gli altri leader. Ma in confronto all’attivismo martellante di Giuseppe Conte, o dell’agenda del No del segretario Cgil Maurizio Landini, lei appare più cauta, più restìa a «metterci la faccia».

Per non associarla all’eventuale sconfitta? Fosse così, sarebbe una postura parallela a quella di Meloni: pronta a «politicizzare» il voto sul quesito, con gli attacchi alla magistratura, ma attentissima a non «personalizzarlo», per evitare la fine di Matteo Renzi nel 2016.

Schlein è stata prudente fin dalle prime mosse. All’approvazione della legge Nordio ha avvertito: «Il Pd combatterà per il No con un fronte ampio politico e sociale ma non lasceremo a Meloni i prossimi cinque mesi per parlare solo di Garlasco.

Riempiremo questi mesi di battaglia per la sanità, per aumentare gli stipendi e abbattere le bollette per le imprese e per le famiglie». Tradotto: si parlerà di referendum ma non solo, si usa la campagna referendaria per la campagna elettorale, piuttosto che viceversa.

Chi ci parla ogni giorno sa che ci ha messo del tempo a convincersi a appoggiare la raccolta delle firme sul quesito. Che invece, al di là dell’esito del ricorso (il 27 gennaio è attesa la pronuncia del Tar del Lazio, i promotori sperano di allontanare la data del voto), è stata un formidabile veicolo di mobilitazione.

Altri spiegano che l’ultimo mese si spenderà lancia in resta. Eppure al voto restano poco più di 60 giorni. La vittoria del No è improbabile, ma non impossibile. In caso contrario, la sconfitta non deve essere cocente. A farne le spese sarebbe tutto il centrosinistra, dunque anche lei, se non lei innanzitutto.

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