La porta girevole tra la politica e l’economia non dovrebbe essere attraversata troppe volte. Ma in due l’hanno fatto con la disinvoltura dei grandi protagonisti, capaci come forse nessun altro di allineare interessi più pratici e visioni più ispirate in modi che la deontologia politica suggerisce di non seguire e che i codici dell’economia non contemplano più di tanto. Uno dei due ha attraversato il confine passando dalla politica agli affari, ed è stato Enrico Mattei. L’altro ha fatto il percorso opposto ed è stato, ed è, Silvio Berlusconi. Lasciandosi dietro, però, tutti e due il sospetto di aver continuato la loro vita di prima anche sotto mentite spoglie.

Sbrigatività 

© SILVIO DURANTE / LaPresse ARCHIVIO STORICO TORINO 15 MAGGIO 1954 Enrico Mattei Nella foto: IL PRESIDENTE DELL'ENI ENRICO MATTEI (A SX) CON IL DIRETTORE DELLA FILIALE DI TORINO ALL'INAUGURAZIONE DI UNA NUOVA STAZIONE DI SERVIZIO AGIP NEG- 59663

È assai probabile che a Enrico Mattei, partigiano cattolico e deputato democristiano, questo paragone non sarebbe piaciuto più di tanto. Ed è un fatto che Silvio Berlusconi non si è mai speso più di tanto a ricordare le gesta dell’ex presidente dell’Eni. Diciamo che non si sarebbero mai votati a vicenda, e che hanno avuto la reciproca fortuna di non essere contemporanei l’uno all’altro.

Non sono state molte, infatti, le cose in comune. Una certa  sbrigatività, questa sì. L’idea dell’uno che i partiti fossero come dei taxi: “salgo, pago, scendo”. E che il bene dell’Eni valesse molte corse e molti pedaggi. E l’idea dell’altro che al mercato delle idee politiche si dovesse essere “concavi e convessi”, all’occorrenza pronti all’accomodamento e disposti perfino a una sorta di dissimulato servilismo. Nella seconda parte della vita dell’uno e nella prima parte della vita dell’altro entrambi si sono trovati a far ricorso alle arti spericolate del lobbismo. Svolto in entrambi i casi con seriosa eppur disinvolta meticolosità.

Anche certe relazioni internazionali avrebbero risentito di quei loro registri così peculiari. Spingendo il primo ad alienarsi gli Stati Uniti, che pure erano il bastione politico a cui la sua parte politica si appoggiava. E orientando il secondo, come s’è visto anche di recente, verso fantasie orientali non così disinteressate eppure politicamente assai incongrue e pericolose. Giri di valzer che all’uno e all’altro devono essere apparsi inebrianti. Salvo poi virare verso esiti più prudenti e prendere atto che il patrio destino chiedeva prudenti riposizionamenti.

Una vita a far di conto

Ognuno dei due ha speso una parte della propria vita a far di conto. Eppure di nessuno dei due si può dire che fosse gretto, insensibile, dedicato solo al business. Con la differenza però che il primo intrecciava gli affari a visioni geopolitiche piuttosto avveniristiche, mentre l’altro li considerava alla stregua di una strategia di seduzione rivolta in parte anche a sé stesso.

Il fatto è che l’uomo di potere non può mai sottrarsi alle perentorie indicazioni che Goethe affida al suo Faust: «Chi vuole comandare, ha da trovare nel comando la sua gioia». Comando e gioia a cui entrambi si sono dedicati e da cui entrambi sono stati in qualche misura benedetti. Salvo poi veder affiorare alle loro spalle, di tanto in tanto, la sindrome dell’outsider. Costretto, in un caso, a incrociare i ferri con sette sorelle ricche e possenti, e nell’altro a combattere altrettanto strenuamente contro giudici meno ricchi ma non meno possenti e tenaci (a volte perfino troppo, viene da dire).  

Tutt’altro era invece per loro il registro della politica. Dedicata dal primo alla resistenza e alla ricostruzione dei primissimi anni del dopoguerra. E svolta in compagnia di personaggi austeri, discreti, solenni, tutt’altro che inclini alla giocosità (sia pure la giocosità politica). E dal secondo invece rivolta a piantare le proprie bandierine: l’improbabile liberalismo, privo d’ogni riforma che lo incarnasse, e poi l’intramontabile anticomunismo, privo d’ogni barlume di ripensamento anche dopo la caduta del Muro.        

A entrambi dev’essere piaciuto definirsi e venir definiti come “uomini del fare”. Dizione che l’uno non credo abbia mai pronunciato, ma spesso sottinteso. E l’altro invece dispiegato a piene mani in tutti i suoi proclami. Come a ribadire che per tutti e due la trincea importante era quella dell’operatività. E se poi qualcuno intorno a loro era più interessato a rivestire le cose col mantello delle ideologie, o anche solo con lo spolverino dei pensieri, non lo si poteva condannare ma non lo si doveva imitare per forza.

Percorsi opposti

© Marco Merlini / LaPresse 03-06-2008 Roma Politica Villa Madama, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon ricevono i capi di Stato presenti in occasione del vertice Fao Nella foto Silvio Berlusconi

Qui, però, finiscono le tracce di certe loro somiglianze. E di qui in poi si irradiano tutte le differenze del caso. Mattei fu un democristiano atipico, più portato all’operatività che alla teorizzazione e più incline a fare la differenza piuttosto che contemplarla. Eppure consapevole che quel mondo, e quei pensieri, e quelle persone, erano la radice della sua forza. Berlusconi si collocò piuttosto alla foce della storia democristiana. Come a voler sancire la sua conclusione lasciandosela alle spalle e guardando con un certo compiacimento il mare che gli si offriva davanti. È probabile che il 18 aprile del lontano 1948 abbiano votato “croce su croce” tutti e due. Ma si trattò della convergenza di un attimo e non di una comune vocazione. Tantomeno di una futura somiglianza.

Si può dire che i loro siano stati percorsi capovolti. E che il fatto di passare dalla politica all’economia, piuttosto che dall’economia alla politica, abbia radicato una differenza che alcuni tratti di affinità non riescono a sbiadire. Infatti l’uno ha inteso l’economia come prosecuzione della politica con altri mezzi. E l’altro all’opposto, ha visto nella politica il seguito e quasi l’interramento della sua strategia imprenditoriale.

In altre parole, Mattei fu un leader politico anche quando si cambiò d’abito. Ebbe la fortuna di governare i governanti del suo tempo avendoli conosciuti e frequentati quando si sentiva alla pari con ciascuno di loro. Figli della stessa famiglia, inquilini della stessa abitazione. Mentre Berlusconi fu manager e lobbista anche quando divenne il leader politico più acclamato e popolare del suo tempo. Guardò i suoi nuovi colleghi con la stessa apprensione deferente con cui li aveva lungamente frequentati. E pur non avendone una gran stima, ne ebbe sempre (quasi sempre) una sorta di involontario riguardo.

Insomma, Mattei fu un politico a tutti tondo anche da presidente dell’Eni, mentre Berlusconi continuò ad essere il santo patrono delle sue televisioni anche quando fu a capo del primo partito d’Italia. Cosa della quale uno si gloriò, e l’altro fece mostra di rammaricarsi – ma non più di tanto. Ognuno procedendo però lungo il corso che la sua prima vocazione aveva tracciato.

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