In aula i deputati del M5s si dimenticano di applaudire l’intervento della segretaria Pd. Lei vede Fratoianni e poi Bonelli: «Per il tavolo del programma aspettiamo i centristi»
In aula, negli interventi prima dell’ultimo voto sulla legge elettorale, Giuseppe Conte ed Elly Schlein sono perfettamente allineati. Lui attacca Giorgia Meloni: «Tu donna, sei riuscita a sbarrare la strada alle altre donne, perché i capilista potranno essere tutti uomini. Ma vi rendete conto?». Poi, nel finale: «Avete il pallino della “capocrazia”. La sottile nostalgia del Ventennio vi ispira ancora», ma «noi vi risponderemo oggi e sempre che la democrazia è partecipazione».
Allude alle primarie. Lei, Schlein, esordisce facendo con la mano il gesto della strizza. «Cosa è cambiato rispetto a quando avete affossato la stessa norma che vi fanno votare oggi con il ricatto della fiducia e del voto anticipato?», parla delle finte preferenze: «La paura». E in conclusione: «Avete paura di perdere, la novità siamo noi, un’area progressista unita e competitiva. Noi saremo in grado di vincere con qualunque legge elettorale».
Per una volta le opposizioni sono un coro senza stecche. Riccardo Magi, +Europa, annuncia la sospensione dello sciopero della fame contro l’aumento abnorme delle firme da raccogliere per le liste che non hanno gruppi parlamentari: otto giorni di digiuno, ha perso quattro chili. «Ora la lotta si sposta sul terreno giudiziario, spero che da un vaglio attento di Mattarella emergano alcuni profili di incostituzionalità».
Al momento del risultato del voto, dai banchi di Pd, M5s e Avs vengono esposti i cartelli «Legge truffa», portati in aula all’ultimo minuto dal deputato dem, Andrea Casu. Però a guardare bene qualche crepa si è vista: il Pd ha applaudito Conte, i deputati M5s non hanno applaudito Schlein. L’ex premier, rincorso dai cronisti, puntualizza: lui era in basso nell’emiciclo e ha battuto le mani. Ma l’immagine dei suoi deputati, immobili come statue a fine discorso della leader dem, racconta il freddo fra i due leader. E i due partiti.
Schlein si chiarisce con Avs
Infatti per il campo largo la mattinata non era iniziata nel segno della perfetta letizia. In Transatlantico Igor Taruffi, braccio destro di Schlein, si apparta con Nicola Fratoianni nel corridoio dei fumatori, a distanza di sicurezza dai cronisti. Poco dopo si unisce la segretaria. Lo scambio dura quasi mezz’ora.
Parla soprattutto lei, gesticola. Nessuno dei tre poi rivela la ragione della convocazione. Ma si sa che lei non ha preso bene il pranzo a tre del giorno prima, i due leader di Avs con Conte. Vuole chiarire che l’accelerazione che chiedono sul tavolo del programma si scontra con la necessità di dare ai cespugli di centro il tempo di mettere ordine fra loro. «Non possiamo partire da soli», dice lei. Fratoianni ormai è rassegnato alle primarie, a cui resta contrario. Il problema che pone Avs è che avanti di questo passo, con botta e risposta sui giornali fra i due principali sfidanti, c’è rischio di allontanare gli elettori, anziché mobilitarli.
Dopo il voto, è Angelo Bonelli a fermare Schlein in aula. Lui invece riferisce quello che le ha detto: «Mi sono chiarito con Elly». Anche lui nei giorni scorsi aveva ribadito la sua contrarietà alle primarie, ma «la posizione di Avs non era contro la segretaria. Era una profonda preoccupazione legata al fatto che le primarie non aiutano a unire, amplificano differenze. Lanciamo un messaggio non positivo al paese». Schlein e Conte in pochi giorni si sono pizzicati più volte.
Lui ha detto che le aveva proposto di scegliere insieme «un terzo nome», ma lei ha respinto la proposta. Lei dalla direzione lo ha avvertito che al tavolo del programma «uno non vale uno». Poi Conte ha confermato che la proposta del «terzo nome» gliel’ha fatta in un incontro riservato, rivelato da Repubblica. Dopo tre giorni lei ha fatto filtrare una smentita. Ieri sera a Porta a porta Conte ha confermato la sua versione.
«Abbiamo tempo»
Insomma, la sfida delle primarie alza già la temperatura interna alla coalizione. E questa fase chissà quanto durerà. Con il sì al Melonellum, al Nazareno in molti si sono convinti che la legislatura andrà a scadenza naturale. «La legge elettorale è passata. Con quale scusa ora Meloni può far cadere il suo governo?» Ergo: «Ha senso fare le primarie sei o sette mesi prima delle politiche?», è la domanda che circola. Ieri Schlein ha dispensato rassicurazioni a tutti: «C’è tempo». È la risposta anche a chi, nel Pd, chiede perché ha deciso di fare dell’assemblea nazionale del 18 ottobre un passaggio «tecnico» – per votare la proroga del suo mandato – anziché un evento da cui lanciare la mobilitazione. Perché «c’è tempo»: e comunque per organizzare le primarie, fra gazebo e piattaforma per il voto online servono almeno tre mesi.
Quanto al tavolo del programma, ieri Bonelli ai cronisti di Montecitorio ha spiegato la stessa cosa che due ore prima Schlein aveva detto a Fratoianni: «I programmi ci sono, ma bisogna che prima si definisca il centro. Che facciamo, ci riuniamo tutti e poi voi fate il titolo “al tavolo del centrosinistra undici sigle”? Occorre che il centro si definisca con una o con due liste». Una è già sicura, quella di Matteo Renzi. Conte di lui non si fida e chiede – lo ha ribadito ieri da Bruno Vespa – che Schlein se ne faccia garante. Le altre potenziali – Progetto civico, Più Uno di Ernesto Ruffini e +Europa – di Renzi si fidano ancor meno. Infatti vogliono correre in proprio. Nei prossimi giorni troveranno una quadra, dicono al Pd. E se non la trovano, si aggiungerà un posto al tavolo. Anche due, se serve.
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