La Costituzione italiana «si fonda sui principi della democrazia liberale basata sulla separazione tra i poteri», «persegue il duplice obiettivo di bilanciare i poteri dello stato e di garantire i diritti inviolabili e le libertà fondamentali di ciascuno».

Le parole di Sergio Mattarella, pronunciate ieri pomeriggio al Quirinale davanti ai magistrati ordinari nominati lo scorso aprile, esprimono i suoi principi di sempre, quelli di un giurista ex giudice della Corte costituzionale che, da presidente del Consiglio superiore della magistratura e da capo dello stato, fa della Carta la sua pedagogia quotidiana. Figuriamoci dinanzi alle toghe in tirocinio.

Eppure è indubbio che il suo discorso, rivolto anche al ministro della Giustizia Carlo Nordio che era seduto in prima fila, ha toccato necessariamente temi che suonano sensibilissimi se cadono nel pieno del confronto sul prossimo referendum sulla giustizia. Sono i giorni dello scontro fra il fronte del Sì e quello del No.

Il Colle non si schiera e non si schiererà, anzi ha già fatto filtrare irritate reprimende verso chi, nell’informazione, ha arruolato il presidente della Repubblica nello schieramento del Sì, sulla base di affermazioni fatte nei ruoli politici ricoperti in precedenza. Ugualmente ieri sono filtrare altrettante raccomandazioni a non “tirarlo” fra i sostenitori del No.

Anche fuori dalle aule

Non ci sarebbe ragione, a pesare alla lettera il suo discorso. Infatti dal fronte del Sì e da quello del No vengono evitati commenti che finirebbero per essere autogol. Eppure il contesto conta, e ha un suo peso. In questi giorni c’è una destra di governo che attacca l’opposizione. Lo stesso Nordio che affonda contro magistratura associata e contro il leader Cgil, Maurizio Landini, reo di ritenere che la riforma «vuole portare i magistrati sotto il controllo politico».

In questo contesto, dunque, le sottolineature del Quirinale producono il loro effetto. «Le garanzie di autonomia e indipendenza della magistratura sono indiscutibili, proprio perché funzionali ad assicurare che le decisioni siano adottate secondo diritto e non in base a ragioni esterne dovute a condizionamenti, pregiudizi, influenze o per il timore di ritorsioni o critiche», dice Mattarella, «per rendere effettiva tale indipendenza la Costituzione ha scelto il modello del governo autonomo della magistratura».

Non è una bocciatura del doppio Csm, certo è un’accentuazione dell’autonomia dell’ordine giudiziario – quella in pericolo, secondo chi sostiene il No – anche in indiretto contrasto con l’interpretazione di organo di alta amministrazione propugnata da Nordio e dai sostenitori del Sì. E ancora: il presidente sottolinea che la «credibilità delle decisioni» si fonda su «livelli di professionalità elevati». Un’ovvietà. Il sorteggio con cui la riforma costruisce il nuovo Csm è garanzia di scelta sulla base dei migliori livelli professionali?

Quest’anno, ricorda il presidente, cadrà l’ottantesimo dalla nascita della Repubblica, ottant’anni in cui «la magistratura italiana ha contribuito all’attuazione dei principi costituzionali», compito per il quale serve «senso di responsabilità nell’esercizio della giurisdizione».

Poi aggiunge: «Anche a voi tocca essere “agenti della Costituzione”, attori nella difesa della legalità e della giustizia, presidio dei diritti di ogni persona». Parole che non benedicono la battaglia del No della gran parte della magistratura. Ma che a questa parte certo non dispiacciono.

Meno, forse, altre parole: il compito «cruciale» di «applicare la legge e tutelare i diritti della persona», richiede «maturità, profonda conoscenza delle fonti giuridiche, assoluta imparzialità nell'interpretazione».

Ma questo dovere di «essere imparziale» è anche di più, è «testimoniare imparzialità in ogni contesto, anche extrafunzionale, per evitare che il comportamento del singolo possa porre a rischio la fiducia dei cittadini nel corretto svolgimento dell'attività giudiziaria. Il rigore morale e l’alta professionalità costituiscono i due elementi che sorreggono la credibilità dell’ordine giudiziario».

Non un’autorità etica

Poco prima Fabio Pinelli, vicepresidente del Csm, aveva insistito sullo stesso punto dell’«imparzialità nell’esercizio della giurisdizione», indispensabile per garantire «l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge; essa compenetra le funzioni e le garanzie di cui gode ogni magistrato», ne esprime «il ruolo e la figura in tutti i suoi aspetti, e in un certo senso farà parte della vostra stessa vita, poiché» da magistrati «sarete chiamati non solo ad essere, ma anche ad apparire imparziali».

In più «il magistrato non è un’autorità morale del paese, non potendosi confondere il diritto con l’etica: egli accerta responsabilità individuali, dirime controversie tra parti private tutelandone i diritti fondamentali», ha «una competenza» ma «non potere di rappresentanza» e «non è portatore di generali valutazioni sui fenomeni sociali onde correggerli o indirizzarli».

Umiltà e prudenza

Per Mattarella ci sono, infine, anche questioni di stile che sono sostanza, in un tempo in cui tanta parte dell’opinione pubblica contesta la politicizzazione della magistratura: per «un compito così alto» serve, dice, «la profonda conoscenza delle norme» ma anche «il rifiuto di ogni forma di presunzione, attitudini che inducono alle doti preziose dell’umiltà e alla prudenza nel giudizio. Doti che, in ogni ambito e in ogni tempo, è sempre stato più facile elogiare che praticare».

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