Militanti e parlamentari sono ottimisti, ma la partita delle primarie incombe. Spina nel fianco è Renzi, che continua a non convincere l’elettorato (come anche il Pd riformista). La speranza che ci pensi Schlein e la convinzione che la guerra sarà l’argomento centrale della prossima campagna elettorale
«Il nostro umore è esattamente lo stesso di prima del sondaggio». E l’umore, alla convention Cinque stelle, è ottimo. C’è sentimento di riscossa, sicuramente agevolato dalle cifre che incoronano Giuseppe Conte il più quotato come potenziale sfidante di Giorgia Meloni.
La sensazione che restituiscono i papaveri di partito che raggiungono alla spicciolata il World Join Center a Milano - tra i primi ad arrivare, Paola Taverna e il parlamentare Federico Cafiero de Raho - è la soddisfazione di aver azzeccato quello che sarà il tema portante della prossima campagna elettorale: «Di quel sondaggio - confida un dirigente - il dato che dobbiamo sottolineare è un altro: che il 38 per cento degli elettori del campo largo ritiene una priorità lavorare per la via diplomatica e interrompere il sostegno militare all’Ucraina».
Guerra e pace
Tradotto: se Conte risulta più credibile all’intero elettorato d’area è perché ha dato una prova più tangibile sul tema che sta più a cuore al bacino elettorale. Un po‘ come la leader dei Giovani democratici, Virginia Libero, che spiegando di voler guidare i «disertori» di fronte alla minaccia di una guerra si è attirata le critiche «del sistema» (così lo valutano a Nova) e da queste parti è molto stimata e anche un po’ invidiata. I ragazzi del Network giovani, l’organizzazione giovanile capitanata dalla deputata Vittoria Baldino appaiono infatti ancora lontani dalla compattezza dei Gd, plasmati da anni di gavetta nelle gerarchie di partito. Conte però si prende un‘ora per un confronto serrato con alcuni dei loro rappresentanti. Ad ascoltarli sui pouf colorati parecchi ragazzi e diversi parlamentari pentastellati, pronti alla prosecuzione del programma internazionale che parte dall’ex ministro greco dell’economia Yanis Varoufakis. Nessuno spazio quest’anno invece per Sahra Wagenknecht, leader rossobruna di quel BSW che in Sassonia-Anhalt sta valutando di offrire il proprio sostegno a Ulrich Siegmund.
Inevitabilmente, la conversazione di militanti e parlamentari a margine dell’evento finisce però per girare attorno a primarie e coalizione, grande assente tra i temi trattati nel primo giorno della convention se non quando è comparsa nella testimonianza dei due governatori M5s Alessandra Todde e Roberto Fico.
«La coalizione non può permettersi di contenere un giocatore d’azzardo» spiega la senatrice ed ex presidente della commissione Vigilanza Rai Barbara Floridia: insomma, la presenza di Matteo Renzi, come atteso, è l’altro elemento che può fare da miccia nella coalizione. «Può essere incluso solo se sarà depotenziato, insomma se varrà davvero quel 2 per cento che effettivamente rappresenta». Quel che è certo è che i Cinque stelle hanno già inviato un messaggio chiaro sulla potabilità di Renzi per i propri elettori: la norma “anti conflitto d’interessi” porta già il suo nome.
Renzi nell’occhio
Per ora non si registrano repliche del diretto interessato, ma senz’altro per i militanti il tema c’è: «Ma c’è da fidarsi di Schlein, se si porta dietro Renzi e i riformisti?» chiede un’elettrice a Francesco Silvestri. «Non è questione di fiducia, mica è una relazione sentimentale» spiega il deputato. C’è da mandare giù il rospo, dunque? «Il modo migliore per tagliare la testa al toro è procedere con le primarie. Prima di allora continueremo a girare intorno a queste domande» dice Silvestri. E i metodi alternativi? La scelta del candidato più competitivo – che favorirebbe Conte – o la scelta in base alla quantità di voti, che invece farebbe il gioco del Pd? «La prima non l’hanno voluta, la seconda non piace a noi. Il federatore è una non-soluzione: se non ci viene in mente nel giro di 15 secondi, forse non è un nome che può davvero battere Meloni». La gara, dunque, è tra Schlein, Conte e chi vuole unirsi. Farli rinunciare a priori sarebbe anche screditante nei loro confronti, è il ragionamento.
Certo, resta il dubbio su quanto sarà totalitario il travaso del voto pentastellato verso un candidato che non dovesse essere Conte. «Il Movimento è il partito più fluido del panorama italiano: è capace di sfilarsi in fretta da quel che non gli piace. Un aspetto che si può leggere in maniera positiva o negativa».
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