Luigi Marattin sta guidando il Partito liberaldemocratico (Pld) verso destra. E lo sta facendo tramite un percorso interno iniziato ufficialmente martedì 3 novembre, durante la direzione nazionale del partito che si è conclusa con una votazione. Marattin da settimane intende «avviare interlocuzioni con tutte le forze politiche, non solo del centro». Tradotto: il Pld deve guardare al centrodestra. Le altre opzioni le ha scartate lui stesso. Nel campo largo l’ex Italia viva ha ammesso di non avere intenzione di entrare mentre con Azione il dialogo su un nuovo terzo polo si è interrotto.

La sua linea, però, ha spaccato i liberaldemocratici. Nella direzione in 26 hanno votato a favore del segretario, ma sono stati ben 21 i contrari, guidati dal presidente Andrea Marcucci che continua a vedere possibile l’alternativa terzopolista insieme a Carlo Calenda e Pina Picierno. Non precisamente a metà, ma la divisione dentro il partito – che nei sondaggi in cui viene rilevato si attesta tra l’1 e l’1,5 per cento – è netta.

Linea Marattin

Marattin, annunciando il risultato della direzione nazionale, ha sintetizzato la sua posizione, sottolineando quali siano i quattro punti fondamentali che vorrebbe far risaltare nella coalizione che lo accoglierà. Le sue linee rosse, insomma. Linee liberali ma sempre rosse. «L’esigenza che lo Stato faccia meno, e meglio. Destinando il risparmio cumulato a uno shock fiscale su Irpef, Ires, Irap e tassazione del risparmio; politiche di liberalizzazione, promozione di mercato e concorrenza in tutti gli ambiti, per creare e distribuire opportunità e liberare le energie represse da troppe corporazioni; avvio, nella prossima legislatura, della costruzione di centrali nucleari con la tecnologia disponibile; una riforma della scuola che affronti radicalmente i nodi strutturali (dal reclutamento dei docenti alla loro retribuzione, passando per il riordino dei cicli, il bilinguismo, la riforma degli organi collegiali ecc.)».

Idee che Marattin ritiene improbabile possano trovare spazio accanto a Pd, M5s e Avs. E quindi, visto che dal duo Calenda-Picierno si è sentito escluso, ha iniziato a sondare il terreno a destra. Forza Italia, specie con Roberto Occhiuto, ha in più di un’occasione aperto alla possibilità di un suo coinvolgimento. E Giorgia Meloni lo reputa utile nell’ottica di un allargamento dei confini del centrodestra a quelle forze più o meno moderate. Un po’ come Cateno De Luca. 

Partito diviso

A ogni modo, dal partito un primo traballante mandato per interloquire con (anche) le forze di destra, Marattin lo ha avuto. L’obiettivo ora sarà far convergere la più ampia fetta possibile del partito dietro la sua linea, ampliare il consenso interno, per evitare una scissione. I 26 voti a 21 della direzione indicano che il compito sarà arduo. L’ex renziano, nel suo post, ha voluto evidenziare come la maggioranza del Pld sia dalla sua parte: «Tre quarti dei segretari regionali (14 su 18 esistenti) e due terzi dei segretari provinciali (48 su 75) hanno formalizzato in un documento politico l’adesione alla linea della segreteria nazionale». Ma sono comunque numeri che segnalano una forte spaccatura.

«Completeremo la discussione con un’Assemblea nazionale (composta da 150 persone), di cui ho chiesto al più presto la convocazione» ha annunciato Marattin. Che ha concluso ringraziando «tutti quelli che non condividono la posizione della segreteria (in quanto non disposti in nessuno scenario neanche a prendere in considerazione opzioni alternative a qualsiasi cosa sia disponibile al di fuori delle due coalizioni, indipendentemente da cosa ci sia). Una posizione legittima che da molti è stata sostenuta con lealtà e serenità».

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