«Avevo bisogno di un po’ di sano orgoglio nazionale», ha detto la premier, che cerca di superare gli attacchi del tycoon. Il leader leghista ai gazebo milanesi prova a misurare l’umore dei militanti, ma rimanda qualsiasi giudizio sul suo futuro
Dopo una settimana segnata dalla scazzottata a distanza con Donald Trump, Giorgia Meloni aveva bisogno di ripartire con un’iniezione di fiducia. La presidente del Consiglio è andata a cercarla a Gemona del Friuli, dove ha partecipato a sorpresa al raduno degli Alpini per il 50esimo anniversario del terremoto. «Avevo bisogno di un po' di sano orgoglio nazionale e, se non si trova qui, non so dove altro si potrebbe trovare», ha detto Meloni a Telefriuli. «C’era bisogno di questi applausi e di questo bagno di patriottismo». Frasi che sottolineano come gli attacchi di Trump degli ultimi due giorni, da L’aria che tira e poi su Truth, abbiano lasciato il segno, ma anche la volontà di Meloni di andare oltre.
A destra, la premier non è l’unica ad aver sfruttato il fine settimana per riorganizzare le idee e per puntellare la propria immagine. Complice l’ascesa di Roberto Vannacci, Matteo Salvini è chiamato a dimostrare ai piani alti della Lega che la base è ancora dalla sua parte. E se Meloni ha scelto di archiviare il botta e risposta con Trump senza più nominarlo, Salvini ha deciso di mettere la parola fine sulla vicenda a modo suo.
Dopo la solidarietà a caldo a Meloni – «Chi l’attacca, attacca a tutti noi», con tanto di foto assieme sui social – nel corso del weekend il leader della Lega ha derubricato l’episodio a «parentesi di incomprensione» ed è tornato a strizzare l’occhio ai fan italiani di Trump: «Non mi devo pentire», ha detto in merito al suo trumpismo, e «a me interessa avere ottimi rapporti con la più grande democrazia del mondo, a prescindere da chi la governa in questo momento». Del resto, Salvini non vuole far perdere alla Lega l’etichetta di partito più trumpista del governo italiano.
Umori leghisti
Il leader della Lega ha commentato i rapporti tra Roma e Washington da Milano, dove il partito ha organizzato una due-giorni di gazebo per chiamare i militanti a indicare un nome per il candidato sindaco e le priorità della città. Non solo un modo per interpellare la base in vista delle Comunali del prossimo anno, ma, soprattutto, un termometro per capire quanto il popolo della Lega sia ancora vicino al suo Capitano, la cui leadership è minacciata e ha bisogno di essere rinforzata.
Il sorpasso nei sondaggi da parte di Futuro nazionale, la nuova formazione di Vannacci, ha certificato la scarsa attrattività della proposta leghista e, in più, suona come un autogol di Salvini: era stato lui a volerlo a bordo e a farlo vicesegretario, ora è costretto a inseguirlo. Sono in tanti, adesso, a chiedere un cambio ai vertici del Carroccio, con un passaggio di testimone a Luca Zaia. Gli striscioni in cui i militanti “salutano” Salvini invocando una leadership dell’ex presidente del Veneto si stanno moltiplicando. Dal canto suo, il Capitano ha provato a smorzare la polemica: «Io rispetto i militanti che mi hanno chiesto l’anno scorso di lavorare per altri quattro anni e questo farò».
Quel che è certo, però, è che Salvini sente il pressing interno ed è alla ricerca di una via di fuga che possa rilanciare il suo nome. Per qualcuno, starebbe addirittura pensando alla poltrona di sindaco di Milano. Il leader della Lega non si è ancora sbilanciato in questo senso, ma nemmeno in quello contrario. «Faccio il ministro dei Trasporti per tutta l’Italia», ha detto, promettendo il suo impegno fino all’ultimo giorno di governo. Parole (anche) di circostanza, che non chiudono la porta.
La candidatura di Sardone
Intanto, Salvini ha proposto l’idea delle primarie per il centrodestra per la scelta del successore di Beppe Sala, lanciando il nome di Silvia Sardone come eventuale candidata della Lega perché «conosce e ama Milano». Un’uscita che ha preso in contropiede la stessa eurodeputata e consigliere comunale: «Non avevamo concordato che lo dicesse», conferma Sardone a questo giornale. Poco male, però: nel caso, lei non vede l’ora di correre. Ma sembra anche un segnale di Salvini al resto del partito: Sardone è una salviniana doc, che rischia di non essere troppo apprezzata dalla fazione più nordista. E che è stata nominata vicesegretaria insieme a Vannacci.
Ma sul rischio di una possibile emorragia di voti in direzione dell’ex collega di partito e leader di Futuro nazionale, Sardone è tranquilla: «A Milano siamo ben radicati e identificabili. Non ho paura di Vannacci, ma che vinca ancora il centrosinistra».
Lunedì, la Lega esaminerà il responso delle urne dei 40 gazebo sparsi per la città e tirerà le somme, portando i risultati in dote a tutta la coalizione di centrodestra come spunti su cui riflettere. L’obiettivo è evitare di farsi trovare impreparati alla sfida elettorale, come accaduto in occasione delle due vittorie di Sala.
Contemporaneamente, si riunirà il Tavolo di coordinamento dei territori, un nuovo strumento per ascoltare le sezioni locali, non un confronto interno. Il giudizio sul futuro di Salvini è rimandato.
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