Intervistata dal New York Times parla dei rapporti con il presidente Usa: «Pensavo che le cose sarebbero state più facili con lui». Anche l’Olanda manda i migranti verso l’Italia.Budapest: «Non accettiamo nessuno». La premier: «Il Patto? Una svolta positiva»
Che i rapporti fossero tesi era noto. Che non si parlassero da settimane, anche. Ed ecco, quindi, che un primo messaggio a Donald Trump viene lanciato da Giorgia Meloni attraverso uno dei giornali più importanti al mondo, uno di quelli finito più volte sotto attacco del presidente degli Stati Uniti. Nell’intervista rilasciata al New York Times, e pubblicata ieri, la premier confessa: «Pensavo che le cose sarebbero state più facili con lui, vista la nostra convergenza sull’immigrazione e sulla cultura woke. Le cose sono andate diversamente».
In fondo, è il prezzo da pagare quando si parla tra sovranisti: al di là delle unioni ideologiche, conta solo soddisfare i rispettivi interessi nazionali e i propri elettorati. E in questi giorni di fine agosto la gestione dei dublinanti da parte dei paesi membri dell’Ue sono un esempio concreto. Tornando al Nyt, la premier ha mandato un messaggio distensivo: «Continuo a credere che l’unità dell’Occidente sia qualcosa di molto importante. Non decido la strategia italiana sulla base dei miei rapporti personali». Alla domanda se tornerà a parlare con Trump dopo la pausa estiva, ha risposto: «Be’, vedremo». Probabilmente non è ancora il momento per una “riconciliazione” personale tra i due leader.
D’altronde in questo momento storico Trump è un presidente più debole rispetto a un anno fa. La guerra persa con l’Iran, i deliri di onnipotenza su Truth e ora anche il rischio di una sconfitta politica nelle prossime elezioni di novembre rischiano che un riavvicinamento tra i due porti solo a esiti negativi per Meloni. Della bromance finita male tra i due, però, emerge un dato: il fallimento della strategia adottata in politica estera dal governo. Lo stesso Nyt evidenzia l’insuccesso di Meloni nel ruolo di “pontiera” tra Usa e Ue. Ma c’è di più.
Tra le righe del suo articolo, Roger Cohen, ex corrispondente a Roma negli anni Ottanta, sottolinea come in realtà l’“underdog” Meloni su alcune questioni si sia allineata a ciò che ha criticato quando era all’opposizione. E la definisce «una brava tecnocrate europea» per essersi allineata sulla questione del deficit pubblico. Nel lungo colloquio tra i due, c’è spazio per parlare delle radici neofasciste di Fratelli d’Italia ma anche delle politiche migratorie, storico cavallo di battaglia della premier. E su questo punto, il protocollo con l’Albania è «costoso» e «con risultati deludenti» anche per il Nyt.
Dublinanti
Proprio sui migranti, la lista dei dublinanti inviati verso l’Italia si allarga. Germania, Svizzera, Austria, Finlandia, Svezia e ora anche Olanda. «Stiamo ripartendo da zero», ha detto la portavoce del ministro per l’Asilo, Bart van den Brink. Per i media olandesi, Amsterdam invierà all’Italia solo i migranti arrivati dopo il 12 giugno, data dell’entrata in vigore del nuovo Patto Ue su migrazione e asilo. E sul tema, c’è già stato un incontro in settimana con l’omologo Matteo Piantedosi che settimana prossima sarà a Berlino per lo stesso motivo.
Ma ogni paese ha la sua interpretazione, e altri, come la Svizzera, sono intenzionati a rimandare verso Roma oltre 600 dublinanti accolti prima del Patto. Sulla questione, la premier si è espressa dopo giorni di silenzio. Lo ha fatto rispondendo alla segretaria del Partito democratico Elly Schlein che ha definito un «boomerang» le politiche migratorie italiane e ha parlato di fallimento.
«È proprio il nuovo Patto che segna una svolta positiva per l’Italia nella gestione dei cosiddetti “dublinanti”», ha detto Meloni. «Le nuove regole tutelano molto di più gli Stati di primo ingresso in tema di richieste di asilo e, con il rafforzamento del principio di Paese Terzo sicuro voluto dall’Italia, sarà più semplice effettuare rimpatri accelerati», ha aggiunto sovrapponendo questioni differenti. Ma in realtà, il nuovo Patto non supera il regolamento di Dublino, lo sanno bene a Chigi, impone solo un meccanismo di solidarietà maggiore tra i vari stati. Per quanto riguarda i rimpatri accelerati, invece, non possono essere eseguiti nei confronti di chi ha una protezione internazionale.
Non è quindi automatica l’equazione che i dublinanti verranno rimpatriati. Nel suo messaggio la premier sconfessa anche se stessa: «La priorità per l’Italia resta, in ogni caso, il contrasto all’immigrazione illegale di massa, non decidere come distribuire i migranti in Europa». Ergo: sui dublinanti non possiamo farci niente. Dal Meeting di Rimini il ministro, Francesco Lollobrigida, prova a rassicurare: «Non credo che ci sarà un’invasione di dublinanti provenienti da altre nazioni. Mi sembra che con la Germania ci sia un dialogo consolidato, con la Francia in termini di compensazione anche, con altre nazioni si sta discutendo». Ma mentre la maggioranza parla di dialogo consolidato, in Ue c’è chi non la pensa così.
«Non permetteremo che, come conseguenza delle decisioni di altri Paesi, migranti arrivati illegalmente vengano trasferiti e insediati in Ungheria». La nota del ministero dell’Interno ungherese non lascia spazio a interpretazioni.
© Riproduzione riservata