La presidente scende in campo con un video di 13 minuti. Giovedì 12 marzo il comizio a Milano. Teme i sondaggi ma dice «se perdo non mi dimetto». La capa di gabinetto del ministro Carlo Nordio va in tv e attacca: «La magistratura? Plotoni di esecuzione». Fioccano le richieste di dimissioni
Con tredici minuti di video, Giorgia Meloni ha inaugurato la settimana della sua discesa in campo nella battaglia per il referendum della giustizia. Già la scorsa settimana aveva prima dato una intervista a Rtl 102.5 e poi a Rete 4. Ora, però, l’ingombrante figura della premier è ufficialmente la punta di diamante delle ultime settimane di campagna elettorale. Il video – garantiscono fonti di maggioranza – è solo l’antipasto di quel che Meloni dirà il 12 marzo a Milano, dove chiuderà l’evento di Fratelli d’Italia nella prestigiosa cornice del teatro Parenti (direttrice è Andrée Ruth Shammah, che il centrodestra vorrebbe alla guida della Triennale). Prestigiosa ma «ridotta», viene notato dai più attenti, che sottolineano come la premier abbia scelto di evitare il comizio di piazza preferendo un ambiente più controllato e controllabile.
Intanto ha provato a mobilitare la piazza digitale con un video denso di slogan, in cui spiega il contenuto della riforma, accusa di «informazioni distorte» i sostenitori del No e attacca «la magistratura politicizzata» e «la sinistra». La riforma «modernizza l’Italia» e «riguarda tutti i cittadini», è il punto da cui parte, sostenendo che i magistrati – che hanno «perso autorevolezza» – siano l’unico potere «cui non corrisponde responsabilità», una stortura «che in ottant’anni non siamo mai riusciti a correggere». L’obiettivo della riforma, secondo la premier, è di rendere la giustizia «più meritocratica, autonoma, responsabile e soprattutto libera dai condizionamenti della politica».
Le imprecisioni
Al netto dell’ovvia posizione politica, Meloni ha utilizzato una serie di motivazioni per sostenere il Sì alla riforma che non corrispondono esattamente al vero. La prima affermazione è che, «se un magistrato sbaglia, nella maggior parte dei casi non succede nulla». In realtà, la sezione disciplinare dell’attuale Csm è stata difesa nel suo funzionamento anche dal vicepresidente Fabio Pinelli, indicato dal centrodestra, e in ogni caso il ministero della Giustizia ha potere di impugnare le sentenze ma l’ufficio di Carlo Nordio, in questa consiliatura, ha impugnato solo in 13 casi.
Per Meloni, l’Alta corte giudicherà «senza logiche di corrente o di partito», quindi finalmente anche i magistrati «saranno giudicati da un soggetto terzo» e non ci saranno più giudici «che siano stati negligenti senza poi subire conseguenze». Anche questo non è del tutto corretto: nel nostro ordinamento molte istituzioni hanno una giustizia “domestica” (il parlamento, ad esempio, irroga le sanzioni disciplinari ai suoi componenti attraverso l’Ufficio di presidenza composto solo da parlamentari). Demandare a soggetti esterni la valutazione delle condotte rischierebbe di essere un modo per interferire nel funzionamento degli organi o dei poteri dello Stato. Ecco perché proprio la minaccia di «conseguenze» sventolata dalla premier rischia di essere il vero meccanismo repressivo della riforma: l’Alta corte sarà composta – come ora la sezione disciplinare – anche da laici indicati dalla politica, che rischiano di essere l’anello forte rispetto ai togati sorteggiati.
Meloni sostiene poi che «nella gran parte dei paesi europei la separazione esiste» e «una volta tanto vogliamo avvicinare l’Italia all’Europa». Anche in questo caso la premier dimentica di dire che in molti dei paesi europei in cui la separazione è netta (Germania, Austria, Olanda per esempio, solo il Portogallo fa eccezione) il pm è anche sottoposto all’esecutivo e dunque non gode dell’autonomia prevista dalla Costituzione italiana.
Infine, secondo la premier, questa riforma «risolve alla radice» i problemi della giustizia perché «il magistrato che non si dedicherà al lavoro dovrà vedersela con un giudice terzo e un Csm che valuterà il merito e non l’appartenenza», e questo «inciderà in termini di velocità e di giustizia». Peccato che il primo a smentirla sia stato il ministro Nordio, che ha ripetuto in ogni sede che «questa riforma non incide sui tempi e sull'efficienza della giustizia. Solo un ignorante potrebbe pensarlo».
Il caso Bartolozzi
Pur sostenendo che il governo non subirà alcun contraccolpo dall’esito referendario, i toni del video raccontano bene l’ansia che sta montando tra palazzo Chigi e via Arenula. Il voto si avvicina, i sondaggi continuano a confermare il testa a testa e ora tutte le teste di serie sono scese in campo, con una nuova coda polemica contro la capa di Gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, che ha partecipato a un confronto sul referendum. Si è trattato di un unicum nel panorama passato e presente di una dirigente ministeriale – pur con nomina fiduciaria – che interviene in pubblico con posizioni politiche. «Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura che è un plotone di esecuzione», ha detto, sollevando durissime reazioni dell’opposizione e conseguente richiesta di dimissioni di Avs. «La ringraziamo per aver reso così evidente il vero obiettivo della riforma», ha commentato la dem Anna Rossomando.
«Bartolozzi svela ciò che Meloni nasconde», ha commentato il leader 5S Giuseppe Conte. «Fin dall’inizio ho precisato che la riforma è fatta in favore della magistratura per recuperare la credibilità», ha tentato di ridimensionare la diretta interessata. La sua, però, è l’ennesima gaffe che rischia di trasformarsi in un boomerang comunicativo che inficia gli sforzi appena messi in capo da Meloni.
In attesa di sentirla sul palco milanese, però, la premier dovrà tornare anche a occuparsi di guerra. Domani sarà in parlamento per le comunicazioni sulla situazione internazionale. Un contesto drammatico su cui l’Italia non ha ancora preso posizione e che – temono gli analisti del voto – rischia di offuscare l’enfasi sul referendum del centrodestra.
© Riproduzione riservata


