L’esplicita condanna di Giorgia Meloni per le parole del presidente americano Donald Trump contro papa Leone XIV è infine arrivata alle sei del pomeriggio. Con immancabile nota polemica, rivolta alla stampa che si interrogava sul suo silenzio e alle opposizioni che lo condannavano. «Pensavo che il senso della mia dichiarazione di questa mattina fosse chiaro», è l’esordio del comunicato stampa, con riferimento alla nota della mattinata in cui ha augurato al pontefice il buon esito del viaggio apostolico in Africa. Il messaggio, tuttavia, è una consuetudine diplomatica del governo quando il papa si reca all’estero per un viaggio apostolico e l’unico indiretto riferimento alle parole di Trump sta in un augurio che il viaggio del pontefice possa favorire «il ritorno della pace».

Nessuno – all’inizio nemmeno i suoi - ha però evidentemente letto nella nota ufficiale una critica all’improvvida uscita del tycoon, tanto che nel suo comunicato di solidarietà al papa il capogruppo alla Camera, Galeazzo Bignami, non ha citato il presidente americano e un imbarazzato ministro Adolfo Urso ha risposto ai cronisti che quello che gli interessa non sono gli insulti di Trump ma «la stabilità del mio paese». Anche il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, come Meloni si è limitato all’augurio di buon viaggio con condivisione del suo messaggio di pace sulla scia di quanto fatto in mattinata dal Quirinale. Con la differenza, però, che Sergio Mattarella rimane organo di garanzia che certamente non avrebbe potuto rompere l’etichetta e condannare un presidente straniero.

Sono servite l’uscita netta del leader di Noi Moderati Maurizio Lupi e del vicepremier Matteo Salvini («non è utile né intelligente» da parte di Trump attaccare il papa) insieme alle bordate dell’opposizione – da Matteo Renzi a Giuseppe Conte fino a Elly Schlein – che le hanno ricordato il suo motto di «donna, madre e cristiana», perché Meloni si decidesse di usare «maggiore chiarezza». Così, infine, la premier ha esplicitato di trovare «inaccettabili» le parole di Trump nei confronti del papa, che è «il capo della Chiesa Cattolica, ed è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra».

Il silenzio

Intanto, però, per quasi tutta la giornata il silenzio di palazzo Chigi è risuonato più forte che mai, anche in ambienti vaticani, e la fiammata serale vi ha posto solo parziale rimedio. Del resto, le ultime quarantotto ore sono state un tornado che ha travolto la premier. Prima è arrivata la sconfitta di Viktor Orban in Ungheria, per cui proprio lei si era prestata ad un video di sostegno per la campagna elettorale, poi nella notte le parole incendiare di Trump proprio contro l’autorità spirituale a cui il suo governo fa riferimento ad ogni occasione utile. La pur tardiva presa di distanza, infine, è un segnale che non potrà non essere letto anche alla Casa Bianca come una presa di distanza rispetto alle intemerate del presidente che è anche la prova di uno strappo politico che infine si sta consumando e che Meloni ha provato fino all’ultimo ad evitare.

Nel suo intervento al parlamento, infatti, la premier aveva fatto capire che la linea del governo è diventata quella di separare l’amministrazione americana – con cui l’Italia mantiene un solido e inevitabile rapporto di alleanza – da chi attualmente ne ricopre il ruolo di vertice. Un modo prudente per dissociarsi dalle parole di Trump senza però mai citarlo o polemizzare apertamente sulle sue scelte. Ieri invece quel «non condivido e non condanno» utilizzato per l’attacco all’Iran non ha potuto reggere davanti agli insulti al pontefice.

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