«Abbiamo seguito con silenzio, rispetto e profonda preoccupazione quanto accaduto a Modena, dopo il violentissimo atto di Salim El Koudri che ha terrorizzato una comunità intera e colpito persone che stavano semplicemente passeggiando in un normale pomeriggio di maggio. Otto persone sono rimaste ferite. Quattro in modo gravissimo. Alcune hanno subito amputazioni. Altre, in queste ore, lottano per la vita. Questo viene prima di tutto». Inizia così l’appello “Siamo qui. Nelle nostre radici l’Italia, non l’odio”, scritto e firmato da una trentina fra attivisti e amministratori che si definiscono «figlie e figli di migrazioni iniziate in questo paese quarant’anni fa».

L’appello continua così: «La nostra vicinanza va alle vittime, alle loro famiglie, alle persone che porteranno addosso per sempre le ferite visibili e invisibili di questa tragedia. Ringraziamo le Forze dell’ordine, il personale sanitario, le istituzioni cittadine e regionali, il presidente della Repubblica e la presidente del Consiglio, che hanno testimoniato la vicinanza delle istituzioni repubblicane alla città di Modena. Ringraziamo anche i cittadini che, mettendo a rischio la propria incolumità, hanno contribuito a fermare il responsabile, evitando conseguenze ancora più drammatiche. In quei gesti c’è il senso più concreto di una comunità che reagisce e si protegge».

«Quanto accaduto è gravissimo. Chi ha colpito dovrà rispondere davanti alla giustizia. Occorre piena luce, piena verità, piena responsabilità».

Revocare la cittadinanza

Ma il cuore del ragionamento arriva dopo le premesse: «Proprio per questo, davanti a un fatto così grave, le parole pubbliche dovrebbero essere all’altezza. E invece, pochi minuti dopo l’accaduto, ancora prima che emergessero elementi di contesto, una parte della politica e dell’informazione ha scelto un’altra strada: trasformare una tragedia in un’occasione di propaganda. Abbiamo letto e ascoltato parole come “criminale di seconda generazione” “revocare la cittadinanza”, “ci portano la guerra in casa”, “l’integrazione è un fallimento”. Abbiamo visto quotidiani di destra uscire con titoli che avevano come unica intenzione quella di colpire: “la seconda degenerazione”, “l’attentato del nuovo italiano”».

«Questa non è sicurezza. Non è giustizia», continua il testo, «Non è responsabilità. È la scelta di usare un fatto gravissimo per alimentare paura, sospetto e odio contro intere comunità, contro una generazione, contro persone che vivono, studiano, lavorano, amministrano e partecipano alla vita democratica di questo paese. Il dramma di Modena, per quanto emerso e come confermato anche dal ministro dell’Interno, si colloca dentro il tema del disagio psichiatrico. Questo non attenua in alcun modo la gravità dei fatti, né il dolore delle vittime. Al contrario, chiama la politica e le istituzioni a una responsabilità più seria: affrontare il tema della salute mentale, dell’accesso ai servizi, della prevenzione, della presa in carico delle fragilità», «Su questo non esistono scorciatoie etniche. Non si può distinguere il disagio sulla base dell’origine, della fede o del cognome. Si può solo decidere se essere all’altezza del problema con politiche pubbliche adeguate, oppure se usare la paura per evitare le domande reali».

Selezionare in base all’origine

«Noi scegliamo la responsabilità. Sentiamo il dovere di prendere parola perché, ancora una volta, il dibattito pubblico si consuma sulle nostre vite senza ascoltare le nostre voci. C’è una narrazione che seleziona chi commette reati in base all’origine. Che rende invisibile chi la violenza la subisce. Che tace nomi, storie, presenze, responsabilità positive. Che non vede mai la foresta che cresce, ma si concentra solo sull’albero che cade. Noi siamo quella foresta». 

«Siamo donne e uomini, figlie e figli di migrazioni iniziate in questo paese quarant’anni fa. Alcuni di noi sono nati qui, altri sono arrivati da bambini, altri hanno vissuto percorsi di ricongiungimento familiare, altri ancora storie di migrazione più recente o di protezione. Le nostre famiglie hanno lavorato, pagato affitti e mutui, cresciuto figli, attraversato scuole, quartieri, fabbriche, università, associazioni, luoghi di culto, istituzioni. Molti di noi hanno responsabilità pubbliche, politiche, civiche, educative, sociali».

Il 2 giugno saremo nelle piazze

«Da molto prima che qualcuno iniziasse a descrivere la partecipazione di persone con background migratorio come un’invasione, noi eravamo già qui: nei consigli comunali, nelle scuole, nei servizi, nel volontariato, nei luoghi della rappresentanza democratica».

«Tra noi ci sono persone cattoliche, musulmane, di altre fedi e persone che non professano alcuna religione. Ci riconosciamo nella Costituzione, nella Repubblica, nella libertà, nella laicità, nell’uguaglianza davanti alla legge. Continueremo sempre a operare nelle istituzioni e nella società con responsabilità, nell’interesse di tutte le cittadine e di tutti i cittadini, senza distinzione alcuna, come ci insegnano le madri e i padri costituenti».

«Il 2 giugno saremo nelle piazze da italiane e italiani, per celebrare la Repubblica, la democrazia, la libertà e gli ottant’anni dal suffragio universale. Lo faremo con la consapevolezza che questo è il nostro paese: qui siamo cresciuti, qui viviamo, qui lavoriamo, qui crescono i nostri figli. Crediamo in un’Italia plurale, democratica, giusta. Crediamo in un’Italia capace di somigliare alla grande piazza di Modena: una comunità che, anche nelle ore più difficili, reagisce restando unita. Una città che non si lascia spezzare dalla paura. Un paese che cerca verità, giustizia e cura, non odio. E questo pensiero di speranza, in questo momento, lo dedichiamo anche a chi oggi lotta per la sua vita e a chi dovrà guarire le ferite dolorose, visibili e invisibili, di questa immane tragedia».

Le firme

I primi firmatari: Ouidad Bakkali (deputata), Marwa Mahmood (assessora comunale di Reggio Emilia), Simohamed Kaabour (consigliere comunale di Genova), Bernard Dika (sottosegretario alla presidenza della regione Toscana), Ali Draichi (consigliere comunale di Alba), Raisa Labaran (consigliera comunale di Brescia), Siid Negash (consigliere comunale di Bologna), Detjon Bagaj ( consigliere comunale di Bologna), Fabjola Kodra (consigliera di Vignola), Victoria Oluboyo (consigliera comunale di Parma), Senka Majda (consigliera comunale Q3 Firenze), Houda Hdily (consigliera comunale Sassuolo), Abdullah Badinjki (assessore comunale di Paullo), Mohamed Hammouch (assessore comunale di Pieve di Soligo), Helen Ghirmu (consigliera comunale di Rivarolo Canavese), Iliana Joseph (vicepresidente del consiglio comunale di Settimo Torinese), Youness Jonathan Farahat (consigliere comunale di Alessandria), Abdullahi Ahmed (consigliere comunale di Torino), Klaudia Kumaraku (consigliera a Carpi), Amir Atrous (responsabile immigrazione Milano di Forza Italia), Zakaria Rouimi (infermiere e candidato al consiglio comunale di Legnano), Hilda Ramírez (consigliera comunale di Grassobbio), Fatima Zahra Dahir (assessora del comune di Siziano), Anouar Oulaika (consigliere a Maranello), Sana El Gosairi (candidata al consiglio comunale di Legnano), Hiba Alif (assessora al comune di Ravenna), Nouhaila Benachir (consigliera comunale di Conselice), Othmane Yassine (consigliere comunale di Fermignano), Atif Nazir (consigliere comunale di Suzzara), Veronica Atsigobe (vicepresidente del consiglio di Verona), Bassiratou Nonni (consigliere comunale di Vobarno), Marwa Malik (consigliera comunale a Gonzaga), Helin Yildiz (consigliera comunale di Varese), Wissam El Aissaoui (consigliere comunale di Poviglio).

Hanno firmato anche: Alba Lala (presidente CoNNGI), Ilinca Daniela Ioniță (presidente Movimento Italiani Senza Cittadinanza), Basma Aissa  (pedagogista e membro Idem Network), Mohamed El Khaddar (impiegato pubblico e referente Idem Network Toscana), Ireneo Spencer (architetto e referente Idem Network Lazio).

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