L’ad spiega che la migrazione di chi si riconosceva nella terza rete è stata messa in conto. La presentazione dei programmi invernali si trasforma in una rivendicazione contro i detrattori per dimostrare che la creazione dell’immaginario nazionale sta andando a gonfie vele
«Questa dimensione per noi non è abituale», dice Francesco Acquaroli. Il presidente delle Marche fa gli onori di casa alla presentazione dei palinsesti autunnali della Rai al Teatro delle Muse di Ancona, dove sono stati organizzati quest'anno. Per la Rai, invece, la dimensione di caos totale e continuo è ormai abitudine: ultimo elemento distruttivo in ordine di tempo, le dimissioni di tutta la commissione Vigilanza Rai. Anche l’idea di essere in un bunker sotto attacco è più che usuale per viale Mazzini e la presentazione è l’occasione per respingere gli attacchi a cui la governance si sente ingiustamente esposta.
Non sembra un caso che Giampaolo Rossi rivendichi la bontà della scelta di Simona Agnes come presidente designata. «Avrebbe potuto dare tanto», dice con un lapsus, prima di correggersi. L’ad tira invece dritto e a Domani spiega che non rimpiange la perdita di pubblico che da Rai3 è migrato verso La7: «Sapevamo che il modello per generi avrebbe generato comunque, nel momento in cui si teneva la trasformazione dei canali semi specializzati, il trasferimento di una parte di pubblico laddove trovava il vecchio modello di fruizione verticale, che in questo caso è stata La 7». Insomma, un calcolo accettato e messo in conto.
E ancora: «Rai3 aveva una forte identità essendo un canale generalista, diciamo culturale di appartenenza. L'organizzazione per generi spinge per forza di cose i canali a diventare da generalisti sempre più semi generalisti, concentrati su dei generi specifici». E dunque, «la connotazione di Rai3 non può più essere culturale orientata, deve essere aperta a tutte quante le sensibilità. Quindi non c'è uno smantellamento – dice ancora l’ad tornando sui suoi passi, dopo che si era gloriato di aver “chiuso” TeleKabul – C'è una diversificazione di un'offerta centrata sui temi dell'approfondimento e della divulgazione culturale».
Navigazione serena
Niente può scalfire una nave da crociera che procede lenta ma inesorabile - a meno che non incroci qualche iceberg - lungo la sua strada. Difficile che cambino certi meccanismi, però: davanti a una scenografia politica caotica, la presentazione dei palinsesti prova a riportare l'attenzione sullo spettacolo che va in onda sullo schermo. Lo stato maggiore è presente al gran completo, buona parte dei direttori di genere - Paolo Corsini in beige, Angelo Mellone in celeste-Lazio, come la sua squadra che ieri, giovedì 2 luglio, ha sostenuto nella marcia dei tifosi contro il presidente Claudio Lotito - e qualche direttore di testata. C'è Alessandro Preziosi del Tg2 arrivato dritto dalla festa di Villa Taverna, Gian Marco Chiocci del Tg1 si siede in disparte rispetto alle prime file dei direttori. C'è Nicola Rao del Gr, Francesco Giorgino, citato dall'amministratore delegato nella stessa frase in cui parla di Bruno Vespa, modello del padrone di casa di XXI secolo.
I consiglieri d'amministrazione d'opposizione arrivano tutti insieme, Federica Frangi è già sul posto. Antonio Marano fino all'ultimo si fa attendere, mentre il dg Roberto Sergio fa il maestro di cerimonie. Si aggira tra i giornalisti anche Stefano Coletta, negli ultimi giorni protagonista delle indiscrezioni sulla successione di Federica Sciarelli a Chi l'ha visto?.
Rivendicazioni
Alla fine, quel nome non viene annunciato, arriva però un auspicio da Coletta, che spera che Sciarelli ci ripensi. La presentazione è tutta all'insegna del “debunking”, a cui viene chiamato anche l'amministratore di RaiPubblicità Luca Poggi. «Non siamo cattivi, ci disegnano così». Giampaolo Rossi nel suo intervento rivendica un'impostazione coerente e chiara: il sottotesto è che i giornali non sempre la colgono, «la critica non valorizza» i successi di Marco Liorni e Pino Insegno. La narrazione su TeleMeloni riguarda «polemiche a cui non voglio neanche rispondere».
Nel merito, i contenuti erano già ampiamente filtrati: la squadra dell’informazione con coloritura di destra è rafforzata da Patù di Roberto Inciocchi («che raccoglie gradimento bipartisan», specifica l’ad) il mercoledì sera su Rai2 e Filorosso di Antonino Monteleone che viene confermato al martedì sera su Rai3 con una produzione interna, quindi tagliando il rapporto in essere con Stand by me che produceva Far West. Salvo Sottile si sposta a Ore 14, Agorà passa ad Annalisa Bruchi e Giulia Di Stefano prende il timone di Agorà extra.
Nascono anche due nuovi canali, Vibes e Italiana, il primo destinato ai ragazzi, una rimodulazione del canale per i più giovani e il secondo al «racconto della nazione più bella del mondo», come la mette giù il direttore del Day Time Mellone. Non un branded content, ma un sistema di sponsor generici. Per quanto riguarda i talent, Rossi tiene le porte aperte al rientro di Amadeus «perché la Rai è un’azienda aperta» e rivendica il ritorno di Roberto Benigni (che in realtà era in Rai anche di recente, ai Sanremo 2020 e 2023). La Rai è un «vivaio nazionale», dice ancora Rossi, forma i talent che a volte ritornano. Nel frattempo, c’è da «costruire l’immaginario della nazione». Tante idee, un po’ confuse, sicuramente non di sinistra.
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