Per la giudice Casari, la Rai aveva diritto a spostare il conduttore dopo le tensioni per la sua amicizia con Lavitola e gli scontri. Le pressioni politiche non sarebbero «prove sufficienti» per dimostrare che la rimozione del giornalista sia dipesa dalla politica
Una rogna in meno per TeleMeloni: Sigfrido Ranucci, per il momento, non riprenderà il suo posto alla conduzione di Report. La giudice del lavoro Donatella Casari ha respinto il ricorso ex articolo 700. Dalla Rai filtra soddisfazione per la conferma di aver svolto un lavoro che non è stato attaccabile, ma la linea ufficiale è che le sentenze non si commentano.
A prendere posizione esplicitamente è la consigliera d’amministrazione Federica Frangi, considerata vicina a Fratelli d’Italia. «È importante riconoscere il lavoro svolto dai vertici aziendali nel rispetto delle procedure e delle proprie responsabilità» scrive in una nota. «L’auspicio è che questa decisione contribuisca a ristabilire un clima di serenità, consentendo alla redazione di Report di proseguire il proprio lavoro con professionalità e tranquillità».
Speculare la lettura degli avvocati di Ranucci: «Prendiamo atto della decisione del tribunale di Roma, che rispettiamo ma che non condividiamo. La decisione cautelare non esaurisce una vicenda che pone questioni centrali sul rapporto tra potere organizzativo, autonomia professionale e libertà dell’informazione nel servizio pubblico» scrivono Franco Focareta, Franco Scarpelli, Stefano Rossi e Roberto De Vita. «Mi sono sempre battuto per l'indipendenza della magistratura e battersi per un valore del genere non significa togliersi la maglietta quando non ti fa comodo per poi rimetterla all'occorrenza» ha detto il giornalista. «È una decisione che ha abbracciato l'idea secondo cui il clamore mediatico può arrivare a far sostituire un conduttore».
Il talk Rai non guarda a destra, ragioni di un fallimentoIl merito
Le trentuno pagine di ordinanza, però, spengono il sogno di Ranucci di tornare al timone della sua trasmissione il prossimo 8 novembre: sarebbe tramontato, durante l’unica udienza del 25 settembre, un tentativo di conciliazione. Il giornalista aveva chiesto una co-autorialità e una co-conduzione a cui l’azienda non aveva dato la propria disponibilità, mentre aveva concesso una proroga del termine dei 30 giorni per la scelta tra le ipotesi alternative offerte a Ranucci. Ora, l’ex conduttore dovrà scegliere tra la corrispondenza da Il Cairo, la vicedirezione del Tg3 o quella di Rainews entro la prossima settimana. Mentre i pm che seguono l’altro procedimento giudiziario, quello che lo riguarda come vittima dell’attentato che sarebbe stato commissionato da Valter Lavitola, aspettavano il pronunciamento di Casari per decidere quando fissare un nuovo interrogatorio del conduttore, che continua a non prendere le distanze dall’amico faccendiere.
Nell’ordinanza la giudice – sospettata nei giorni dell’attesa di un posizionamento politico a sinistra da alcuni giornali di destra e da voci sparse in Rai e nella politica – asseconda praticamente tutte le istanze dell’azienda, in primis quella in cui si determina che il datore di lavoro abbia diritto a decidere una riorganizzazione della redazione.
Anche perché, scrive ancora la giudice, la ragione c’era, e si individua nel fatto che lo «scontro consumatosi tra base e vertice della redazione di Report fosse idoneo a incidere negativamente sull’attività del gruppo di lavoro minandone la necessaria serenità». Insomma, il gruppo di lavoro non riusciva più a procedere con serenità dopo la rivelazione dell’amicizia tra il conduttore e il faccendiere Lavitola. Per sottolineare il clima di tensione che si era venuto a creare, nel documento compare il carteggio tra l’inviato Giorgio Mottola e Ranucci nei momenti in cui la redazione ha proposto un riassetto interno al conduttore e all’azienda per uscire dall’impasse di una nuova stagione da cominciare all’ombra dell’amicizia tra il vicedirettore e Lavitola. La risposta di Ranucci è particolarmente dura e parla di una proposta «altamente carente sotto il profilo umano e professionale».
Di conseguenza, si legge nel documento, «non si può non evidenziare come i toni sprezzanti quanto categorici, le velate accuse di tradimento ad opera di alcuni e di volontà carrieristiche di altri, siano tutti fattori idonei a far emergere non una mera momentanea frizione, ma una profonda frattura». Una situazione in cui i redattori erano «preoccupati i primi di salvare la trasmissione tramite un progetto che prevedeva una profonda riorganizzazione in senso orizzontale» e il conduttore «di mantenere il proprio ruolo di unico autore all’interno di questa».
La vittoria della Rai
«Vince la Rai» scrive sui social il Tg1 di Gian Marco Chiocci, prima di riformulare in «non sarà reintegrato». Effettivamente la governance deve aver apprezzato anche il passaggio in cui la giudice cita i giornalisti non di destra che hanno consigliato a Ranucci di rivedere la sua posizione. D’altro canto, scrive Casari, la destra è stata inopportuna sul piano comunicativo. «L’accertata impropria pressione mediatica esercitata a opera di esponenti di rilievo della maggioranza» non sarebbe, però, «prova sufficiente a far ritenere che si sia consumata effettiva e determinante interferenza». Insomma, non ci sarebbe un rapporto di causa ed effetto.
I dirigenti possono anche portarsi a casa la consapevolezza che le offerte alternative proposte a Ranucci non sarebbero sminuenti. O quantomeno, la difesa del ricorrente «non ha spiegato in sede di note per quale motivo ritiene che le stesse non siano in grado di preservare la professionalità acquisita». E ancora, un passaggio sul provvedimento disciplinare che la Rai ha comminato al giornalista per le sue condotte, imponendogli dieci giorni di sospensione (contro cui Ranucci ricorrerà), che non avrebbe avuto niente a che vedere con questa vicenda: «Il separato procedimento disciplinare risulta riferirsi a fatti ulteriori e assolutamente diversi rispetto a quelli oggetto di articoli di cronaca e che nulla hanno a che vedere con il disagio manifestato dalla redazione». Di conseguenza, «la decisione datoriale di procedere a una riorganizzazione sganciata dalla parallela vicenda disciplinare e adottata quale mezzo di risoluzione della situazione di tensione interna creatasi tra i membri della redazione e, come tale, strumento di tutela del sereno operare».
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