Il ministro delle Imprese chiede all’ad e ai presidenti delle Camere di muovere contro il conduttore, che l’ha messo al centro di numerose inchieste. La maggioranza è già pronta a occuparsi di lui a settembre, quando potrebbero riprendere i lavori della commissione. Prima della pausa invece in aula il testo della riforma, su cui la maggioranza ha trovato la quadra
Alla destra la vicenda dell’attentato a Sigfrido Ranucci torna comoda come volano per accelerare ulteriormente sull’occupazione del servizio pubblico attraverso la riforma. Ma la strategia complessiva della destra sulla Rai si intreccia con ritorsioni personali. Protagonista degli attacchi più forti al programma del conduttore che si è visto esplodere una bomba sotto casa è il ministro delle Imprese Adolfo Urso. A più riprese oggetto delle inchieste di Report, che vanno da approfondimenti sul 5G alla presunta appartenenza del ministro alla Massoneria, Urso ha colto al balzo la palla dell’amicizia ostentata e mai smentita dai due protagonisti tra Ranucci e Valter Lavitola, indicato dagli inquirenti come mandante dell’attentato.
In settimana l’inquilino del ministero di via Veneto, che è anche interlocutore della Rai nel contratto di servizio per la fornitura del servizio pubblico, ha già scritto a Giampaolo Rossi per incoraggiare l’amministratore delegato della tv pubblica a indire un audit sui comportamenti del conduttore. Giovedì ha rincarato la dose, rivolgendosi stavolta ai presidenti di Camera e Senato per spingerli ad accelerare le pratiche per la ripresa dei lavori in commissione Vigilanza Rai dopo le dimissioni in blocco prima della sinistra, poi della destra.
«L'organo di vigilanza è la commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai e in questo momento serve capire meglio cosa sia accaduto proprio al fine di tutelare al meglio quello che noi riteniamo essere la massima espressione del servizio pubblico, il giornalismo d'inchiesta» ha detto il ministro a margine dell'assemblea di Federchimica-Assogasliquidi.
La Vigilanza
«Ha il dente avvelenato» commenta un esponente della maggioranza. E poco importa che il presidente del Senato Ignazio La Russa abbia spiegato nei giorni scorsi che il compromesso va trovato tra i partiti e le conseguenze del muro contro muro non possono essere sempre addossate ai presidenti delle Camere. La Russa e Lorenzo Fontana di fronte al diniego delle opposizioni a fornire nuovi nomi per la commissione dovrebbero infatti procedere con la convocazione coatta, ma sembra improbabile che ciò possa accadere prima della pausa estiva.
Da destra, inoltre, rimandano al regolamento parlamentare che prevede che le commissioni previste dall’ordinamento (cioè non quelle d’inchiesta, come nel caso dell’organismo che sta indagando sulla gestione della pandemia) vanno messe in piedi per forza. Insomma, non si può restare senza Vigilanza fino al voto. Di conseguenza, anche nel caso in cui i nuovi membri delle opposizioni si dimettessero immediatamente (come promesso dal centrosinistra) le dimissioni sarebbero effettive soltanto nel momento in cui fosse indicato il sostituto.
Insomma, la commissione a settembre verosimilmente si ricomporrà. E ha già un primo punto all’ordine del giorno, fanno capire gli esponenti della maggioranza: la convocazione di Ranucci. Il tema è che – diversamente da quanto è accaduto negli ultimi due anni, quando il centrodestra ha boicottato i lavori – la maggioranza può garantire il numero legale da sola, anche se i commissari d’opposizione non si presentassero. Anche l’elezione del presidente – sulla carta incarico di garanzia, quindi appannaggio delle opposizioni – sarebbe un ostacolo facilmente aggirabile: basta infatti la maggioranza semplice. Tradotto: la destra deve solo scegliere a chi tendere la trappola. Per altro, la vicepresidenza dovrebbe rimanere a un esponente di Fratelli d’Italia, in modo da mandare comunque avanti i lavori.
La riforma
L’altro fronte aperto è quello della riforma della governance. FdI spinge perché venga approvata entro la fine dell’anno, in modo che il nuovo cda possa prendere il largo entro il voto, anche se dovesse cadere in primavera: i tempi sono strettissimi, ma la strategia è percorribile. Secondo fonti di maggioranza, il testo potrebbe infatti approdare in aula al Senato la prima settimana di agosto, prima della pausa estiva: il contenuto della riforma va ancora emendato, ma sembra si sia trovato il punto di caduta su un testo condiviso da tutta la destra. Alla fine, infatti, il testo avrà poche differenze rispetto alla legge Renzi, ma che legheranno la Rai ancor di più ai destini delle maggioranze invece che allontanarle come chiede l’Emfa.
Le innovazioni sono principalmente quattro. Innanzitutto, il consiglio d’amministrazione avrà un mandato più lungo, di cinque anni, che rende chiaro il motivo per cui la destra spinge per definire il prima possibile i nuovi vertici: manterrebbe una governance “amica” anche in caso di vittoria del centrosinistra alle elezioni. C’è poi la vittoria personale di Giancarlo Giorgetti: il ministero dell’Economia – azionista di riferimento della Rai e in quanto tale anche responsabile del suo debito – continuerà a indicare uno dei consiglieri d’amministrazione, ma non sarà più necessariamente l'ad. Per eleggere il presidente della Rai non sarà poi più necessaria la conferma da parte dei due terzi della commissione Vigilanza, ma dalla terza votazione basterà quella semplice. E ancora, un piccolo smacco alla Lega (unico passaggio in cui i testo è aderente alle richieste dell'Emfa): saranno determinate risorse stabili per il servizio pubblico. Via dunque la possibilità di tagliare il canone a poco a poco come aveva chiesto il Carroccio.
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