Il dato alle 23 è sette punti oltre quello del 2020. Incertezza in entrambi i campi. C’è chi evoca mobilitazioni dem e chi teme i sostenitori di Meloni alle urne
Un dato alto, quello dell’affluenza che si registra alle 23 di domenica, quando a votare per il referendum sulla riforma della giustizia si sono già recati il 46 per cento degli aventi diritto. In base alle previsioni pre-voto, un’affluenza alta sembrava poter favorire il Sì, quindi Giorgia Meloni, anche se gli ultimissimi scenari avevano previsto un buon dato per il No pure in una prospettiva di affluenza particolarmente alta.
La destra conta proprio sulla capacità della presidente del Consiglio di mobilitare i propri elettori quanto e più del centrosinistra, anche se tendenzialmente meno sensibili degli avversari alle consultazioni di questo tipo. In massa ai seggi fin dal mattino gli esponenti di Fratelli d’Italia, pronti a esibire la tessera elettorale nello scatto da pubblicare sui social. Il più estroso di tutti come sempre Ignazio La Russa, che nonostante la carica istituzionale non si priva del piacere di pubblicare sui suoi profili la foto del suo voto accompagnata da un poco criptico: «Sì, ho votato».
Desiderosa di dire la sua anche Marina Berlusconi, che in uscita dal seggio ha promesso «una dedica a suo padre domani quando si sapranno gli esiti». Aggiungendo però che «è questione di esercitare un voto oggi per poter dare un contributo positivo al futuro di questo paese. È un’occasione quella di oggi che non possiamo farci sfuggire, la dedica è agli italiani, sperando che prevalga il Sì per un’Italia civile democratica e moderna».
Da Avs e dal M5s si alzano anche segnalazioni su violazioni del divieto di fare propaganda da parte del comitato del Sì. Dai territori arrivano infatti notizie di casi in cui le forze dell’ordine avrebbero contestato ai rappresentanti del comitato del No l’utilizzo del contrassegno contro il logo. Al contrario, i rappresentanti ai seggi di Fratelli d’Italia avrebbero serenamente circolato con un badge che riporta un minuscolo logo col contrassegno del partito subito sotto un’enorme Sì.
I dati
Guardando allo storico, il risultato finale rischia di premiare il loro sforzo: nel 2020, il più recente referendum costituzionale, la domenica alle 23 si era recato alle urne soltanto il 39,4 per cento e alla fine l’affluenza arrivò a sfiorare il 54 per cento degli aventi diritto. Un dato che non dispiacerebbe alla destra: il trend dell’affluenza alta si era annusato già a mezzogiorno, quando a votare era andato già quasi il 15 per cento degli aventi diritto, contro il 12,2 per cento del 2020. Il dato più alto dell’affluenza di mezzogiorno è quello del 2016, quando a votare fu il 20,1 per cento degli aventi diritto, ma non è un dato paragonabile visto che si votava in un giorno solo. Alla fine, in ogni caso, si espresse il 65 per cento degli elettori.
Vero è però che i sondaggisti si erano esposti per lo più su affluenze tra il 45 e il 55 per cento: se il dato dovesse essere oltre il limite superiore di questa forchetta, ogni previsione potrebbe rivelarsi erronea.
In ogni caso, fare previsioni a questo punto sembra difficilissimo: le affluenze più alte – intorno al 44 per cento – si registrano in Emilia-Romagna e Toscana, Lombardia, Veneto e Umbria. Più basse Campania, Puglia e Sicilia, che si fermano al 30 per cento.
La speranza di cambiare la narrazione di Meloni e lanciare la campagna elettorale per il 2027 per il campo largo è insomma appesa a un filo. E, se a destra c’è chi teme nella mobilitazione del popolo democratico preoccupato dall’attacco alla Costituzione sotto forma di riforma della giustizia, l’attesa si fa gravida di preoccupazione anche dalle parti di Nazareno e via di Campo Marzio.
Conseguenze leggere
Resta poi l’incognita sul «leggero» comportamento di Andrea Delmastro Delle Vedove, il sottosegretario che sta imbarazzando il governo ma che la presidente continua a difendere, anche a fronte di fotografie che documentano i suoi rapporti non proprio specchiati.
«Se questa è la cosa peggiore che hanno sul governo...» ha detto venerdì la premier interpellata sul fatto, cogliendo l’occasione per un nuovo attacco ai giudici, rei di aver fomentato un complotto contro l’esecutivo che cerca di mettere mano alle regole della categoria.
Il Movimento 5 stelle insiste perché Meloni prenda provvedimenti – improbabili, a questo punto – contro Delmastro.
«Resta incomprensibile come un sottosegretario alla Giustizia abbia potuto entrare in società con la figlia appena maggiorenne di un soggetto legato al clan Senese senza porsi alcuna domanda. Ancora più grave è l’omessa dichiarazione della partecipazione societaria nella dichiarazione patrimoniale da deputato», scrive in una nota la deputata Valentina D'Orso.
Le fa eco Chiara Appendino, che chiede un chiarimento sul ruolo di scorta e pagamenti della cena del sottosegretario: «Com’è possibile che i protocolli di sicurezza e le verifiche ambientali preventive sul locale Bisteccheria d’Italia non abbiano impedito la frequentazione? O il sistema di tutela ha fallito clamorosamente, o le verifiche sono state ignorate deliberatamente dai vertici di via Arenula e del Dap seduti a quel tavolo». E ancora: «In secondo luogo pretendiamo assoluta chiarezza su chi ha pagato il conto. Il governo deve escludere formalmente, tracciamenti alla mano, che sia stato speso anche un solo euro di fondi di rappresentanza o tramite carte di credito ministeriali per rimpinguare le casse di un’attività legata alla criminalità organizzata».
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