No al decreto Sicurezza e No al referendum sulla giustizia, un No «di merito», sottolinea Elly Schlein aprendo la direzione Pd, la prima da tempo che non finisce all’unanimità. La segretaria ricapitola le ragioni per schierarsi contro la riforma Nordio: «Non tocca i nodi cruciali per far funzionare meglio la giustizia», sulla separazione delle carriere «non si cambia la Costituzione per il destino di 20 o 40 persone all’anno.

Il Csm deve essere elettivo e autorevole, non diviso e sorteggiato». E se è chiaro che il No è a un governo che «vorrebbe sostituirsi ai giudici e scegliere quali reati perseguire e quali no», non sarà Schlein e né il suo partito a «politicizzare» lo scontro. Non è necessario, lo sta già facendo la destra.

Schlein ha annunciato la campagna referendaria: i territori faranno iniziative con il Comitato civico, la sua personale consiste in 12 tappe in altrettante città. Un percorso che «si intreccia» con la campagna d’ascolto del paese: altre assemblee, la prima è stata a Milano, la prossima a Napoli, poi Firenze, infine Roma il 7 marzo. Insomma, Schlein userà la spinta referendaria per la sua corsa verso la premiership del campo progressista.

I riformisti parlano

Stavolta il dissenso interviene in batteria. La minoranza riformista si è tenuta molti mal di pancia per mesi: sulla torsione radicale del Pd, sulla legge contro l’antisemitismo. Che è un tema grande. I giovani dem di Bergamo hanno pubblicato un post: «Meglio maiale che sionista». Cancellato, «inaccettabile» anche per la segretaria. Alla fine la relazione non viene votata all’unanimità: 162 sì e 11 astenuti. I riformisti segnalano altri sette voti da remoto, ma risultano assenti.

Sulle questioni interne Schlein parla insolitamente chiaro: «La presenza di una minoranza è un valore e noi lo difendiamo. Ma nella consapevolezza che la maggioranza ha una linea chiara ed è sbagliato dare l’idea che ci sono linee diverse nel Pd. Si può essere più o meno d’accordo, ma la linea è una, non due, non tre, non nessuna». Sono chiare però anche le repliche. La linea è una, accetta la senatrice Simona Malpezzi, «ma per questo abbiamo bisogno di aumentare gli spazi in cui noi possiamo contribuire» perché la minoranza «rappresenta le culture fondative del partito», e «per vincere le elezioni c'è bisogno di tutti».

«Il Pd è ancora la casa dei democratici e dei liberali?» chiede la vicepresidente dell’Europarlamento Pina Picierno. Giorgio Gori vota no «ma è inaccettabile che si faccia passare da traditore chi invece del nostro partito, voterà Sì». Contestato il post del Pd su CasaPound (che vota Sì), letto come un’accusa al Sì «di essere nemico della Costituzione». Sul passato del Pd non c’è memoria condivisa: Picierno ricorda a Roberto Speranza i tempi del referendum di Renzi, 2016 (la Ditta fu costretta a uscire dal Pd). Speranza replica: «Magari allora avessi potuto ascoltare le parole con cui Schlein ha parlato oggi».

C’è il tema della costruzione dell’alleanza. Lorenzo Guerini: «Non possiamo farci menare per il naso da Conte che non vuole mai una discussione e un tavolo in cui ci confrontiamo sul programma. Se ci porta a ridosso delle elezioni rischiamo di dover compromettere le ragioni programmatiche alle esigenze di un’alleanza». Più confronto, è l’altra sua richiesta, meno slogan: «Non basta dire che vogliamo la difesa europea», «Il governo spera di utilizzare i fondi Safe per metterli a bilancio nella difesa, ma in legge di bilancio non c’è un euro».

Nell’ordine del giorno della minoranza c’è la proposta di affrontare il tema dell’Europa. Viene «assorbito», dunque la maggioranza accetta di affrontare la discussione in una direzione dedicata a partire dal «Manifesto verso gli Stati Uniti d’Europa» dei dem di Bruxelles.

© Riproduzione riservata