La segretaria lancia la campagna per il No «di merito» al referendum e le iniziative per «l’ascolto del paese». E alla minoranza interna: «Rispetto per il dissenso, ma la linea è chiara, non sono due, non tre, non nessuna»
No al decreto sicurezza, campagna nazionale per il No al referendum sulla giustizia «intrecciata» alle iniziative «di ascolto del paese», e qualche chiarimento interno all’indirizzo della minoranza riformista, sorvegliato (perché non faccia titolo sui media) ma fermo: il Pd è un partito plurale e rispetta tutti «ma la linea è una, e chiara, non due, non tre, non nessuna». Così Elly Schlein ha introdotto stamattina il dibattito di una direzione a lungo richiesta dall’opposizione interna.
Sicurezza non è giro di vite
Il tema caldo è il decreto sicurezza appena licenziato dal governo, dopo i fatti di Torino. Un fallimento, per il governo, «con l’aumento dei reati, smettano di scaricarle sui nostri sindaci».
La segretaria rifiuta la caricatura di una sinistra lassista o fiancheggiatrice di chi in piazza fa gli scontri: «È in malafede chi dice che la sicurezza non ci interessa, è offensivo pensarlo», «per un grande partito è un pezzo fondamentale del proprio patrimonio valoriale. Ma non condividiamo e non inseguiremo mai le ricette sbagliate e gli slogan vuoti della destra. La sicurezza si difende diffonde con un approccio integrato, con visione unitaria». Sul decreto: «Non si usi quanto accaduto per giustificare nuove strette alle libertà democratiche, la libertà di manifestazione è fondamentale per una democrazia, non deve essere compromessa».
Sicurezza del paese, dice Schlein, che «passa anche dalla sicurezza dei territori e delle comunità che li abitano. Siamo vicini alle famiglie e alle imprese di Sicilia, Calabria, Sardegna e Basilicata» colpite dal ciclone Harry, «Non abbandoneremo i territori del Sud colpiti mentre Meloni ha abbandonato il Sud con scelte di tagli e definanziamenti».
Referendum, No “di merito”
La segretaria ha lanciato anche nel parlamentino del partito la campagna per un «No convinto» alla riforma costituzionale. Sulla quale, fra l’altro, rivendica «il voto compatto dei senatori e dei deputati in Parlamento, anche perché è la prima volta nella storia repubblicana che una riforma costituzionale non subisce nemmeno una modifica, perché viene blindata dal governo». Il Pd sceglie di contrastare la legge «nel merito».
Quindi: «Non è una riforma della giustizia, perché non tocca nemmeno uno dei nodi cruciali per far funzionare meglio la giustizia per i cittadini italiani. Lo ha detto lo stesso Nordio», «Non incide sullo scarso ricorso alle misure alternative alla detenzione, e non sul sovraffollamento carcerario che è arrivato alla punta del 138,5%, con tassi record di suicidi sia tra i detenuti che tra gli agenti di polizia penitenziari», sulla separazione delle carriere «non ci vengano a dire che si cambia la Costituzione per il destino di 20 o 40 persone all'anno».
«Il Csm deve essere elettivo e autorevole, non diviso e sorteggiato. Dunque la riforma «serve al governo che pensa che prendere un voto in più alle elezioni ti legittimi a non essere giudicato come accade con tutti i cittadini». Il sottosegretario Mantovano e Giorgia Meloni hanno di fatto spiegato che la riforma è contro i magistrati: cioè «adesso vi facciamo vedere chi comanda», «Questa riforma serve a chi governa e vorrebbe sostituirsi ai giudici e scegliere quali reati perseguire e quali no, addirittura in questi giorni vogliono decidere loro le imputazioni».
Le iniziative
Il Pd ha scelto di usare la campagna referendaria come prima fase della campagna elettorale, di fatto già partita. E precisamente per consolidare la corsa di Elly Schlein verso la premiership della «coalizione progressista» – è questa la definizione dell’alleanza che ormai Pd e M5s usano nella loro comunicazione, le espressioni «campo largo» e «centrosinistra» sono ormai andate in archivio -.
Le iniziative per il No saranno quelle che decideranno i territori, insieme al Comitato civico per No. La segretaria però andrà in dodici città per grandi assemblee. È partita due giorni fa da Pescara, dove ci sono anche le elezioni per il sindaco (si tratta della ripetizione del voto per una settantina di sezioni), domenica sarà a Padova.
Queste iniziative si «intrecciano» alla campagna d’ascolto del paese partita a fine gennaio a Milano. Si chiama «L’Italia che sentiamo», serve per «ascoltare le persone e le categorie e fare un passo in avanti verso chi non ha più fiducia nel voto», «Offriremo una visione del futuro che coniughi la giustizia sociale e quella climatica e cambi un modello di sviluppo che ha fallito». Le diverse tappe saranno dedicate a casa, lavoro, industria, ambiente, sanità, welfare, scuola e università, diritti e democrazia: «I nostri militanti saranno nelle piazze e nelle strade».
La prossima a Napoli, poi Firenze, e il 7 marzo quella finale a Roma.
La linea del Pd è una
Nella relazione il passaggio sulla vita interna era di certo il più atteso dalla minoranza riformista, che è schierata per il No (con qualche defezione) ma che non condivide la linea del Pd su alcuni delicati temi, primo fra tutti quello sulla legge contro l’antisemitismo. Schlei assicura rispetto, ma forse di più lo chiede. «Che ci sia qualcuno che la pensi diversamente ci sta in un partito che è democratico e non personale. E la presenza di una minoranza o più minoranze è un valore e noi lo difendiamo. Anche io sono stata in minoranza in un periodo in cui la minoranza veniva sbeffeggiata, ecco io chiedo che in questo partito ci sia rispetto per tutti, soprattutto per chi ha una idea diversa dalla maggioranza. Ma nella consapevolezza che la maggioranza ha una linea chiara ed è sbagliato dare l’idea che ci sono linee diverse nel Pd. Si può essere più o meno d'accordo, ma la linea è una, non due, non tre, non nessuna».
Schlein ingentilisce la richiesta con una iniezione di Pd Pride: «Tutti possiamo essere orgogliosi dei risultati concreti portati nel partito, maggioranza e minoranza», «Manca un tratto fondamentale» ma «vedendo i sondaggi la partita delle elezioni è già aperta. La nostra linea testardamente unitaria, dentro e fuori, ha portato risultati concreti che sono di tutto il partito, maggioranza e minoranza, e innegabili persino dalla destra», «possiamo vincere le prossime elezioni» non a caso «la destra vuole cambiare le regole del gioco»
Della minoranza, il primo a replicare è Piero Fassino. E il punto resta quello dell’apertura del partito: «La campagna di ascolto, se si fa soltanto con quelli che sono vicini a noi non allarga il consenso», è l’obiezione, «c’è la possibilità di fare una battaglia per vincere e quindi dobbiamo intercettare quelli che oggi hanno un atteggiamento critico e diffidente verso di noi».
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