Il monito del capo dello Stato Sergio Mattarella a mantenere «rispetto reciproco» pur nella campagna referendaria è già caduto nel vuoto. Da due giorni, infatti, i nuovi avversari scelti da Giorgia Meloni, Matteo Salvini e anche dalla seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, sono i giudici civili di Palermo, colpevoli di aver pronunciato una sentenza di condanna di risarcimento danni di 76mila euro in favore della ong proprietaria della nave SeaWatch all’epoca del sequestro capitanata da Carola Rackete.

La clava della maggioranza in campagna elettorale in favore del Sì al referendum è calata sui giudici, con la premier che ha parlato di «sentenza assurda», «abnorme» secondo La Russa e scritta con «pregiudizio politico» per Matteo Salvini. «Il governo non si fermerà», ha concluso la premier, con riferimento alla lotta all’immigrazione e sottintendendo che la sentenza civile fosse un modo per fermare l’azione dell’esecutivo.

la sentenza

Peccato che la sentenza – se letta nella sua interezza – si fondi su tutt’altro. Addirittura, non prenda in considerazione né l’utilizzo che è stato fatto della nave né le ragioni per cui è stata sequestrata. In una decisione tutta in punta di diritto, i giudici palermitani hanno rilevato che la Ong aveva chiesto alla prefettura il dissequestro della sua nave (esattamente come previsto dalle leggi approvate dal governo) e che, poiché l’amministrazione non ha mai risposto, dopo un mese si è consolidato il “silenzio-accoglimento”.

Dunque la nave avrebbe dovuto essere restituita, ma a fronte di questa richiesta, gli uffici pubblici siano intervenuti contro la riconsegna. Di qui il procedimento civile, con i giudici che hanno semplicemente stabilito il titolo per avere indietro la nave da parte della Ong per inerzia della prefettura e soprattutto il diritto a vedersi risarciti i danni per responsabilità extracontrattuale dell’Amministrazione, che ha illegittimamente trattenuto un bene non suo: un danno da «turbativa della proprietà» in gergo tecnico.

Di qui il calcolo del risarcimento: 39mila euro di spese portuali; spese di benzina per 31mila euro e spese legali per 5mila euro. Insomma, il risarcimento del danno sono i costi vivi che altrimenti SeaWatch avrebbe dovuto pagare di tasca propria per una scorrettezza dell’amministrazione sequestrante.

In altre parole, nella sentenza non c’è nemmeno un accenno né ai migranti né alla politica: il tribunale di Palermo non ha fatto altro che riconoscere il diritto di proprietà su un bene e il diritto a riaverlo indietro, a fronte del fatto che la prefettura non si è mossa per tempo per impedirlo non rispondendo all’istanza di dissequestro. Esattamente come da giurisprudenza costante. Il governo, però, ha considerato il risarcimento una sorta di furto «di soldi degli italiani», ha tuonato Meloni, nonostante la responsabilità della spesa sia proprio dovuta a una inerzia dello Stato.

Eppure, in questa fase così avvelenata, il merito poco conta. La premier ha scelto la strada dei video sui social per attaccare le toghe, attribuendo loro una volontà di contrasto politico alle scelte del governo e senza nemmeno accennare al fatto che un rimedio per provare a evitare il pagamento del risarcimento da parte dello Stato ci sarebbe: l’appello.

Così ha replicato il presidente del tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, parlando di reazioni «figlie del clima di tensione che sta maturando con la campagna referendaria» e che «l'esercizio del diritto di critica si esprime evidenziando la contraddittorietà di passaggi della motivazione» ma «non mi pare che sia avvenuto questo». E ha concluso: «Non credo che etichettare il giudice come non imparziale solo sulla base di un dispositivo non gradito o magari neppure conosciuto sia esercizio del diritto di critica».

Le reazioni

Il caso palermitano non è isolato: il tribunale di Catania ha annullato con un provvedimento d’urgenza il fermo di un’altra imbarcazione, la SeaWatch 5, in attesa dell’udienza di merito fissata per il 2 marzo, anche se in goni caso il blocco della nave è già arrivato a naturale scadenza secondo il decreto Piantedosi.

Immediatamente anche contro le toghe catanesi si sono scaricati gli attacchi della maggioranza sempre con la stessa accusa: «Inaccettabile questo uso politico delle sentenze fatto da alcuni magistrati. Ed è per questo che abbiamo fatto la riforma della giustizia, per dividere la giustizia dalla politica», ha detto il capogruppo di Fratelli d'Italia al Senato, Lucio Malan, legando in modo esplicito gli attacchi ai giudici con la campagna elettorale intorno al referendum sull’ordinamento giudiziario.

Eppure vale ricordare, come continuano a ripetere gli esponenti della maggioranza, che la riforma non dovrebbe toccare in alcun modo – almeno formalmente – l’autonomia e l’indipendenza dei giudici nel prendere le loro decisioni, anche quelle sgradite al governo.

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