C’è un protocollo per la sicurezza del personale dei trasporti e dei passeggeri, pronto da quasi quattro anni. Un documento che prevede misure da attuare per evitare aggressioni ad autisti, controllori e utenti. Ma che il governo continua a ignorare
Un protocollo per la sicurezza del personale dei trasporti e dei passeggeri, pronto da quasi quattro anni, ma che il governo Meloni continua a ignorare. Il documento, firmato l’8 aprile del 2022 dall’allora ministro Enrico Giovannini con i sindacati, prevede un elenco di misure da attuare per evitare aggressioni ad autisti, controllori e utenti.
Ci sono misure a costo zero insieme ad altre che avrebbero richiesto una pianificazione di spesa a medio raggio. Ma la destra si volta dall’altra parte, nascondendosi dietro la propaganda. Anche dopo l’omicidio del capotreno Alessandro Ambrosi, avvenuto a Bologna lo scorso 5 gennaio, il protocollo è rimasto nei cassetti, lasciando spazio alle solite promesse.
Il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, ha garantito massimo impegno. «Nessuna zona grigia», ha affermato con toni perentori, intervenendo in aula alla Camera, durante un question time. Sforzi ipotetici che restano privi di un riscontro oggettivo. Il risultato? L’introduzione di nuove fattispecie di reato. Buone da vendere al mercato elettorale.
Governo Draghi
Il governo Draghi, all’epoca lavorando sull’onda di un problema concreto come quello della sicurezza sui trasporti, aveva avviato un dialogo con le sigle sindacali. Fino alla sottoscrizione dell’intesa, che rimandava a successivi tavoli per declinare le misure nel concreto, finita però in stand-by a causa delle elezioni del 2022.
La destra, dopo essersi insediata al governo, non ha mai effettivamente preso in considerazione il piano. Tra gli interventi elencati, e sottoscritti dai lavoratori, c’erano la creazione di un osservatorio ad hoc e di una campagna di comunicazione.
Al fianco delle iniziative di stampo culturale, erano stati messi nero su bianco altri interventi più concreti. Su tutti l’installazione di sistemi di controllo degli accessi alle stazioni o alle autostazioni, sulla falsariga di quanto avviene negli aeroporti, per evitare che persone prive di titolo di viaggio possano avvicinarsi ai binari, e il presidio di stazioni e capolinea con presenza di agenti, con l’eventuale ricorso pure di guardie giurate e di unità cinofile.
Lo scopo era di ottenere l’effetto deterrenza, tanto decantato dalla destra. Ma era programmata pure la “messa in sicurezza” per gli autisti di bus e pullman di linea con l’isolamento delle cabine di guida e l’impiego di personale addestrato nelle zone ritenute più sensibili. Azioni concrete.
Il Pd ha sollecitato più volte un intervento da parte dell’esecutivo. Qualche settimana fa il deputato dem, Andrea Casu, ha presentato un’interpellanza urgente al ministero dell’Interno.
«Dal governo non è arrivata nessuna risposta sul motivo per cui in oltre 3 anni di governo, Piantedosi e Salvini non sono stati in grado di garantire gli interventi previsti dal protocollo», ha detto Casu, parlando a Montecitorio del tema. Il sottosegretario all’Interno, il leghista Nicola Molteni, ha confermato l’esistenza del documento. Senza fornire garanzie sull’attuazione.
Qualche giorno dopo, un altro deputato del Pd, Luca Pastorino, ha chiesto direttamente a Salvini delucidazioni per sapere «quando verrà emanato il provvedimento ad hoc per dare attuazione al protocollo e alle indicazioni dei gruppi di lavoro, specificando con chiarezza le prossime iniziative di competenza che verranno adottate al fine di tutelare il personale del trasporto pubblico locale e a garantire il diritto alla mobilità dei cittadini».
Per tutta risposta, Salvini ha parlato dell’iniziativa di Fs Security, adottata appunto da Ferrovie dello stato, ma che non può essere definita una strategia governativa. È la società che ha cercato di creare un servizio interno.
Dal governo, invece, solo generiche promesse: «Le norme saranno inserite nel nuovo decreto Sicurezza». L’ennesimo intervento emergenziale, nonostante in 4 anni si potesse lavorare su un documento condiviso da forze politiche e lavoratori.
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