Roma nega l’atterraggio nella base in Sicilia a dei bombardieri diretti in Medio Oriente. La mossa per recuperare consenso. Poi minimizza: «Con gli Usa rapporti solidi». Il tycoon, intanto, continua ad attaccare gli alleati per la poca collaborazione
Il tam tam è partito subito. Da quando il Corriere ha rivelato che l’Italia, la sera del 27 marzo, ha negato l’uso della base di Sigonella a dei bombardieri americani, la notizia è circolata ovunque. Dentro i confini nazionali, certo, ma anche al di fuori, dove le principali testate internazionali hanno dato conto del “gran rifiuto” italiano agli Stati Uniti.
Quelli statunitensi non erano aerei “normali”, non avevano compiti logistici. Bensì erano bombardieri che sarebbero dovuti atterrare nella base in Sicilia per poi virare verso il Medio Oriente, direzione Iran. Dagli Usa non è arrivata nessuna richiesta di autorizzazione se non una semplice comunicazione quando, però, i velivoli erano già in cielo. A quel punto, dopo uno scambio tra il capo di Stato maggiore della Difesa Luciano Portolano e il ministro Guido Crosetto, si è deciso di non dare il permesso agli statunitensi.
I messaggi contrastanti
È bastato questo per far partire i parallelismi con quanto successo a Sigonella nel 1985, si è invocato Bettino Craxi, il coraggio italiano, la politica estera autonoma e così via. La notizia trapelata dalla Difesa, con i servizi – secondo quanto risulta a Domani – tenuti all’oscuro, si è rivelata utile per mandare un messaggio più all’opinione pubblica che a Washington, per dare un segnale di smarcamento dagli Stati Uniti di Donald Trump dopo l’appiattimento quasi totale dell’ultimo anno. Che ha portato molti elettori a bocciare il governo al referendum sulla giustizia.
Ma poi è andata oltre. La rilevanza internazionale assunta dal diniego italiano ha costretto il governo a chiarire. Da qui il comunicato di Palazzo Chigi con il quale è stata ribadita la linea dell’esecutivo «chiara, coerente e già pienamente condivisa con il Parlamento». «Ogni richiesta viene esaminata con attenzione, caso per caso, come sempre avvenuto anche in passato» ha aggiunto la presidenza del Consiglio, per poi concludere in modo emblematico: «Non si registrano criticità né frizioni con i partner internazionali. I rapporti con gli Stati Uniti sono solidi e improntati a una piena e leale collaborazione».
Non si è trattato di una sbandata, quindi, si è affrettato a dire il governo Meloni. Anche Crosetto ha sminuito: «Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti Usa. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato». Se ci fossero state operazioni diverse, il governo sarebbe dovuto passare dal Parlamento. Ma nelle ultime settimane gli avamposti militari, Sigonella, e anche Aviano, non sarebbero stati usati da aerei americani poi impegnati nei bombardamenti su Teheran. Tuttavia, le attività di altri velivoli, droni e aerei cisterna soprattutto, sono aumentate nella base in Sicilia.
Per Crosetto, «non c’è alcun raffreddamento o tensione con gli Usa, perché conoscono le regole che disciplinano dal 1954 la loro presenza in Italia». Una frase che lascia qualche dubbio sul perché dai vertici militari degli Stati Uniti non sia arrivata preventivamente una richiesta per atterrare a Sigonella. Secondo fonti della Difesa, però, non è stato un test americano sulla postura italiana ma sono circostanze tecniche che possono capitare. Dunque, cautela nel parlare di una Sigonella bis.
In rotta con gli europei
Nonostante le opposizioni incalzanti, il sottotesto filtrato dal governo Meloni è chiaro: è vero che abbiamo negato l’uso della base ai bombardieri Usa, ma l’Italia è ben lontana dal diventare come la Spagna di Pedro Sanchez, prima oppositrice europea di Trump. Madrid, infatti, ha chiuso i propri cieli agli aerei americani coinvolti nelle operazioni di guerra in Iran, scatenando le ire della Casa Bianca.
Trump sta incalzando l’Europa per trascinarla nella contesa mediorientale ma, dalla questione Hormuz a quella degli spazi aerei, a parte il “nì” italiano sta incassando solo “no, grazie”. Ieri ha ringhiato contro gli alleati Nato che non stanno aiutando abbastanza gli Usa, puntando il dito specialmente contro Parigi e Londra.
«La Francia non ha permesso agli aerei diretti in Israele, carichi di rifornimenti militari, di sorvolare il proprio territorio. La Francia si è dimostrata molto poco collaborativa. Gli Stati Uniti se ne ricorderanno!» ha affermato sui social il presidente Usa su tutte le furie. Ci ha pensato l’Eliseo, «stupito», a rispondere placidamente: il divieto si applica sugli aerei israeliani che hanno in dotazione armi Usa, non sugli aerei americani che comunque devono sottostare alle solite regole di sempre, e quindi oggi solo quelli di trasporto logistico possono atterrare a Istres e Avord.
Poco prima, Trump ha attaccato a testa bassa anche il Regno Unito, nonostante la conferma della visita di re Carlo e Camilla a fine aprile negli States e la decisione britannica di aumentare i militari di stanza nel Golfo. «A tutti quei paesi che non possono ottenere carburante per aerei a causa dello Stretto di Hormuz, come il Regno Unito, che si è rifiutato di intervenire nella decapitazione dell’Iran, ho un suggerimento per voi: comprate dagli Stati Uniti, ne abbiamo in abbondanza, e fatevi coraggio, andate allo Stretto e prendetevelo e basta».
Anche Londra, infatti, è più che titubante ad entrare in un conflitto in corso da più di un mese e per cui non si vede via d’uscita. Keir Starmer ha già declinato l’appoggio britannico per operazioni offensive contro l’Iran. Via libera solo a quelle difensive. Una differenza lessicale dietro cui si barrica Downing Street. Solo la Germania, tra i principali attori europei, è rimasta nell’ombra senza aver posto vere restrizioni alle basi, come Ramstein, pur sottese ad «accordi e trattati».
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