Ranucci è alle prese con il caso Lavitola, Repubblica deve costruire il proprio futuro mentre La Stampa è già cambiata. Il campo largo ha sempre meno sponde
Un anno elettorale che non parte sotto una buona stella. Negli ultimi mesi che precedono il voto – nove o quattordici, a secondo di quando si andrà alle urne – il centrosinistra rischia di non trovare le spalle mediatiche necessarie a trasmettere i propri messaggi. Anche se, giurano dal partito, la partita non si gioca sui giornali e tv, ma sul contenuto. E poi, aggiunge un dirigente, i risultati elettorali di questa stagione sono stati ottenuti già con la maggior parte dei media non bendisposti verso Elly Schlein.
Partiamo da TeleMeloni: la premier si troverà di fronte una prateria, così come sperava nel momento in cui ha dato mandato ai suoi intellettuali d’area di prendere le redini della Rai.
Anche la Lega, attraverso il suo braccio operativo nell’editoria, Antonio Angelucci, controlla i tre maggiori quotidiani di centrodestra, Libero, Giornale e il Tempo, mentre a Forza Italia – nonostante le “divergenze” tra i fratelli Berlusconi, per esempio nei confronti di Futuro nazionale – rimane sempre Mediaset.
A sinistra la prospettiva è nettamente più ristretta. La scelta di non infilarsi – almeno sulla carta – nelle diatribe Rai, rinunciando a scegliere un consigliere d’amministrazione di riferimento, alla fine ha sì allontanato il Nazareno dalla commistione nelle complicate vicende di viale Mazzini, ma ha lasciato soli i dipendenti dell’azienda che non si riconoscono nella governance meloniana.
Con il contemporaneo boicottaggio della commissione Vigilanza Rai da parte della destra, al Pd non è rimasto neanche lo strumento di controllo nei confronti delle tracotanze degli emissari di Fratelli d’Italia.
Resta incomprensibile a chi conosce bene i meccanismi di viale Mazzini e di palazzo San Macuto la decisione di dimettersi in blocco.
«Un suicidio politico» arriva a dire qualcuno. Anche perché sembra che la strategia si perda dopo la convocazione coatta dei parlamentari d’opposizione per la ricomposizione della commissione con successive immediate dimissioni.
A meno che non si siano rilette le carte della vicenda Villari: nel 2008 il presidente della sinistra venne eletto con i voti della maggioranza contro le indicazioni del centrosinistra. All’epoca, agendo contro il volere del suo partito, rimase comunque alla guida della commissione per mesi.
Guaio Report
Altra star certo non di destra è Sigfrido Ranucci. I dirigenti meloniani in Rai parlano – con un briciolo di schadenfreude – di un personaggio «che avrebbe potuto creare problemi in campagna elettorale ma che è ormai appannato» dopo che il giornalista ha rivendicato la sua amicizia «fraterna» con Valter Lavitola, accusato di essere mandante dell’attentato nei confronti del conduttore.
Il caso ha portato addirittura Adolfo Urso, che da ministro delle Imprese è l’altra parte in causa del contratto di servizio della Rai, a chiedere la ripresa dei lavori della commissione Vigilanza.
Allo stesso tempo, mentre a destra si inizia già il toto-conduttori, anche tra i più bendisposti verso Ranucci qualcuno si chiede come in futuro si potranno essere poste domande agli esponenti politici su eventuali frequentazioni sconvenienti. Dopo lo smantellamento sistematico di Rai 3, con la sopravvivenza di qualche riserva indiana qua e là, in tv al centrosinistra resta La7.
È vero che l’editore Urbano Cairo ha spiegato che La7 non è l’erede della terza rete che fu, ma alla prova dei fatti palinsesto e dirigenti vengono da quel vivaio, anche se il Pd non la sente «sua». Con l’incognita, per altro, del destino del direttore del Tg La7, Enrico Mentana, in scadenza a fine anno, nei cui confronti Cairo – allievo di Berlusconi, non esattamente un nome identitario per la sinistra – alla presentazione dei palinsesti si è mostrato decisamente freddo. Chissà che non sia alla ricerca di una nuova collocazione e possa presto trovarla.
Nel panorama editoriale, infatti, la situazione appare alquanto incerta, a guardarla dal Nazareno. Vero è che nei giorni scorsi il partito, contando sulle finanze risanate dal paziente lavoro del tesoriere Michele Fina, ha reso noto il suo interesse ad acquistare di nuovo l’Unità, dove però l’editore attuale non ha intenzione di lasciare il campo. Portando il Pd, se dovesse accettare un accordo simile, a mettersi in società con Alfredo Romeo.
Quando invece erano in vendita dei giornali del gruppo Gedi, in particolare Repubblica, ci fu solo una richiesta al governo di impiegare il golden power, invano. Ora, dopo le dimissioni di Mario Orfeo e l’affidamento della direzione ad interim a Stefano Cappellini, firma simbolo dell’universo del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, l’identità sembra temporaneamente preservata.
Del futuro, però, non v’è certezza, mentre inizia a essere chiaro dove andrà a parare La Stampa, che sembra aver già imboccato una traiettoria più moderata, condita da analisi puntute sui destini del campo largo: insomma, come direbbe Mario Brega, il dopo-Gedi «può esse’ fero e può esse’ piuma». Chissà cosa sarà nei prossimi mesi.
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