«Ogni ficateddu di musca è sustanza» ovvero “accontentati di quello che arriva”. Così dice Rosario in macchina non appena Glovo gli affida il primo ordine. Siamo a Palermo, è un martedì sera e sono le 19:30. È già passata mezz’ora da quando Rosario ha fatto accesso alla piattaforma e si è reso disponibile a ricevere le consegne. Quest’attesa, nonostante lui abbia iniziato il turno, non gliela paga nessuno. Sulla carta, Glovo e Deliveroo, lo considerano un lavoratore autonomo. Se sei un rider il tuo status dipende dalla piattaforma per cui lavori.

«La differenza», spiega Roberta Turi segretaria nazionale della NIdiL Cgil, «è prima di tutto nel modello. Con Just Eat i rider sono lavoratori subordinati: hanno un orario, una paga oraria e vengono pagati anche quando aspettano un ordine, perché quel tempo è comunque lavoro. Con Glovo e Deliveroo, invece, il meccanismo resta quello della consegna: collaborazioni occasionali o partite Iva, compenso a cottimo, tempo d’attesa non pagato. È per questo che molti rider restano connessi per ore, anche su più piattaforme insieme: se non arriva un ordine da Glovo, può arrivarne uno da Deliveroo. Non per libertà, ma per necessità».

«Durante la settimana è raro che si arrivi a guadagnare più di 50 euro al giorno», conferma dal sedile posteriore Pietro, padre 71enne di Rosario che lo accompagna facendogli da navigatore. «Gli faccio compagnia e, allo stesso tempo, sono più tranquillo per lui visto che è sempre su strada», conclude un po’ preoccupato. Il cellulare intanto segna 3,69 € per 4 km. «Una volta a Palermo – continua Rosario – la tariffa base di Glovo era 2,70 €, composta da 1,30 euro per il ritiro, 40 centesimi al chilometro e moltiplicatori molto più alti. Oggi la base è scesa a 1,10 euro, più 36 centesimi al chilometro, e anche i moltiplicatori sono calati. La consegna minima resta a 2,70 euro».

i tagli

Ricostruzione che si inserisce in un quadro di tagli denunciato anche da NIdiL Cgil, secondo cui le ultime tariffe sarebbero arrivate in alcune città tra 1,90 e 2,60 euro a consegna. «In teoria – dice l’avvocata Giulia Druetta dello studio torinese ‘La Comune’ – ci si aspetterebbe che l’interessamento degli organi istituzionali, dalla politica ai tribunali fino alla Procura di Milano, potesse avere in qualche modo influito su questi datori di lavoro. Eppure così non è stato. Se nel 2016 Foodora proponeva ai rider contratti di co.co.co. e pagamento orario, oggi i rider sono contrattualizzati con contratti autonomi occasionali e pagamento a cottimo puro: quindi non a ora, ma a consegna». Difatti il principio adottato dalle piattaforme di delivery è «non garantire le tutele per convincere i Tribunali che il rider è un lavoratore autonomo: se sei autonomo io non ti do il mezzo di lavoro né i dispositivi di sicurezza, non mi preoccupo di te…Tu sei un lavoratore autonomo quindi sei completamente esterno alla mia organizzazione produttiva. Ed è così che le cose sono peggiorate».

Oggi i riders per guadagnare quanto un anno prima «sono costretti a fare quasi il doppio delle consegne – spiega Francesco Brugnone, segretario generale Nidil Cgil Palermo – aumentando i rischi per la loro salute e sicurezza. Se vuoi racimolare qualcosa bisogna stare in strada sette giorni su sette. Il loro ufficio è la strada e, in una città come Palermo, rischiano di perdere la vita ad ogni buca».

la precarietà

A far da padrona, oltre all’insicurezza, è la costante precarietà. «Io sono onorato di poter lavorare per Glovo ma se quando ho iniziato pensavo di poterci vivere - ricorda Rosario, già arrivato a 18,97€ lordi dopo cinque consegne, due ore passate in macchina e 30 km – adesso, tra le spese per la benzina e la manutenzione, si tratta solo di provare a sopravvivere». La retorica del fatto che riders come Rosario siano lavoratori autonomi «non regge più. Non hanno vinto una causa dal 2017, almeno quelle che ho seguito e di cui ho contezza – ci tiene a sottolineare l’avvocata torinese – Le multinazionali continuano a perdere quasi tutte le cause ma a loro non interessa perché costa molto meno risarcire quei pochi che possono permettersi di andare in tribunale piuttosto che pagare con salari adeguati e garantire le giuste tutele ai 40mila riders sul territorio italiano».

Attualmente la misura con cui il governo Meloni vorrebbe garantire crescenti tutele per chi, zaino in spalla, consegna da mangiare alle nostre porte è l’obbligo dello SPID. «Una misura che rischia di diventare solo una distrazione – precisa Turi – Il problema dei rider non è aggiungere un altro obbligo burocratico a loro carico, ma riconoscere la natura del rapporto di lavoro, garantire compensi dignitosi, pagare tutto il tempo di lavoro e imporre alle piattaforme di rispondere davvero della loro sicurezza. Senza considerare che per chi è in attesa di rinnovo del permesso di soggiorno, e tra i rider ce ne sono tanti in questa situazione, ottenere lo SPID è spesso praticamente impossibile. Il risultato sarebbe una guerra tra poveri, una gerarchia nell’accesso al lavoro che non tutela la categoria, ma anzi ancora una volta la divide».

In realtà, per garantire le tutele necessarie, basterebbe poco. «Io, per esempio, la subordinazione l’ho introdotta per i call center con una circolare», ricorda Cesare Damiano, ex ministro del lavoro del governo Prodi. «La circolare numero 17 del 2006 era interpretativa: se gli ispettori ti trovavano col lavoro a progetto, ti sanzionavano e trasformavano il rapporto in lavoro subordinato. Gli strumenti ci sono. Per i rider il nodo è avere il coraggio di riconoscere che sono lavoratori subordinati, punto. Non vedo niente di autonomo in quella prestazione: è un inganno per non pagare e per flessibilizzare al massimo il rapporto di lavoro di soggetti deboli, ricattabili e difficilmente organizzabili sindacalmente».

Nel frattempo a Palermo si son fatte le 22:30. Rosario ha fatto sette consegne e in tre ore è riuscito a guadagnare 24,55 euro. «Serata da dimenticare», commenta rassegnato. «Meglio andare a casa. Speriamo di rifarci nel weekend». Ed è questa la speranza che accomuna tutti i riders considerati autonomi come lui.

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