Aveva 18 anni quando nell’agosto 2021 ha lasciato l’Afghanistan. Oggi studia a Roma Tre e prova a costruirsi il futuro che nel suo Paese sarebbe stato impossibile avere: «Ci sono momenti difficili, ma non bisogna mai perdere la speranza»
«Il 15 agosto 2021 i talebani hanno ripreso Kabul, la mia città, e il 23 ero già in Italia». Conosco Muzhda nella sede romana di Pangea, la fondazione che in Italia, in India, in Afghanistan si occupa di sostenere le donne vittime di violenza, le donne rifugiate e le loro famiglie. Favorisce il mio incontro con lei Maria Grazia Betti, docente di Fisica, una delle più attive all’università Sapienza di Roma nel sostenere l’inserimento degli studenti esiliati. Muzhda, in dari (persiano), significa «buona notizia». Ha 23 anni, un hijab verde acqua che fa pendant con la sua camicetta chiusa fino al collo. Avevo preparato delle domande, ma è stata lei a volermi raccontare la sua fuga dall’Afghanistan e il suo arrivo in Italia. Ci accomodiamo sotto la bandiera di Pangea, il cui motto è «la vita riparte da una donna». Muzhda è dolce e determinata. «Siamo stati con mia mamma, mio papà e i miei due fratelli minori cinque giorni in aeroporto, c’erano tantissime persone, poi siamo riusciti a prendere un aereo militare italiano». Avevano la «P» di Pangea sulla mano. Una sorella è rimasta in Afghanistan. Un’altra era già fuggita in Germania.
Il peggior Paese
Centonovantacinquesimo su 196 nella classifica delle economie mondiali con 23 milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria, 175esimo su 180 nell’indice mondiale sulla libertà di stampa, l’Afghanistan è «il peggior paese al mondo per nascere donna» (così viene definito nel dossier curato nel 2025 da Cisda, Coordinamento italiano a sostegno delle donne afghane). Dal 2021 a oggi più di 400mila donne sono state espulse dalle scuole (si può studiare fino a 12 anni) e, oltre a quello all’istruzione secondaria e universitaria, le donne afghane hanno perso il diritto di partecipare alla vita pubblica, di protesta, di praticare sport, di apparire in tv, di circolazione, di guida, di lavorare fuori casa. Di fatto è un’apartheid di genere. Già diverso tempo prima della presa di Kabul, mi racconta Muzhda, i suoi genitori avevano molta paura e le chiedevano di stare molto attenta.
Secondo i talebani, Muzhda non sarebbe una vera musulmana, perché si trucca, esce la sera, non ha vestiti sufficientemente larghi, e soprattutto studiava in una scuola femminile che ora non esiste più. «Eppure - mi sorride – prego 5 volte al giorno, osservo sempre il Ramadan e di tanto in tanto vado anche alla Grande Moschea di Roma». Muzhda e la sua famiglia nel 2021 sono atterrati a Massa Carrara, dove hanno fatto la quarantena preventiva e sono poi stati ospitati in un Cas (Centro accoglienza straordinaria). Poi sono stati portati a Viterbo in un Sai (Sistema di accoglienza e integrazione), dove Muzhda ha finalmente potuto studiare un po’ d’italiano. Il suo sogno era studiare Farmacia. Prima di lasciare l’Afghanistan e che fosse proibito alle donne di studiare, aveva fatto il test di ammissione. Durante la permanenza a Viterbo, è stata continuamente a contatto con dei parenti a Kabul, affinché le ottenessero il rilascio del certificato del diploma che aveva appena conseguito. «Molte delle mie compagne di classe hanno rinunciato ai loro sogni; con l’arrivo dei talebani qualcuna è stata arrestata. I talebani hanno ucciso tanti avversari politici, hanno seminato il terrore». Nel giugno scorso il regime talebano ha represso nel sangue una protesta delle donne di Herat.
In Italia
I due fratelli più piccoli di Muzhda frequentano un Istituto tecnico di meccanica e meccatronica. Uno dei due è ipoudente, non ha imparato l’italiano e Muzhda ha spesso dovuto accompagnarlo a scuola per parlare con l’insegnante di sostegno. Anche i suoi genitori non hanno ancora imparato l’italiano, fanno lavoretti saltuari e sono costantemente in pena per le persone che hanno lasciato in Afghanistan. Il regime talebano cerca tutti coloro che hanno collaborato in qualche modo con i governi precedenti. Muzhda ha dovuto lavorare come mediatrice culturale. Così ha capito che le sarebbe piaciuto studiare da assistente sociale. Nell’autunno 2024 si è iscritta al corso di studio Servizio sociale e Sociologia di Roma Tre. «Mi sentivo a disagio nel frequentare le lezioni, avevo la sensazione che qualcuno da un momento all’altro mi avrebbe detto che ero un’immigrata».
Dovendo lavorare per contribuire alle spese domestiche e dovendo sostenere il fratello disabile, il primo anno non è riuscita a superare nessun esame e ha perso la borsa di studio. «Perdevo molto tempo a tradurre alcune parole dei libri che i professori ci davano da studiare, mentre a Kabul ero solita studiare mentre camminavo». A breve Muzhda dovrà cercare una nuova casa. Ma sorride ancora: «A luglio ho dato due esami e ho preso 30 a entrambi: ho finalmente trovato il mio metodo di studio. Uno dei professori mi ha dato molta fiducia e per questo mi sono impegnata ancora di più». Le chiedo che esami abbia dato. «Principi e fondamento del servizio sociale e il Laboratorio di tirocinio osservativo». Le chiedo quale sia la sua paura più grande. «Ho paura del mare, non ci sono mai andata, in Afghanistan abbiamo solo montagne». Le chiedo se voglia lasciare un messaggio attraverso quest’articolo. «Ci sono momenti difficili, ma non bisogna mai perdere la speranza e bisogna conoscere i nostri diritti». A me sembra che Muzhda sappia già nuotare molto bene.
*Don Gabriele Vecchione è il cappellano della chiesa della Divina Sapienza, che sorge all’interno della città universitaria di Roma.
© Riproduzione riservata