Ehi voi, patrioti Usa: è ora di salvare l’America dai comunisti. Dai «malvagi» e dai «senza Dio». Da chi vuole togliervi le armi e la libertà. È un eterno 4 luglio da quando Donald Trump è diventato presidente. Gli Stati Uniti hanno compiuto 250 anni tondi e festeggiato la loro dichiarazione d’indipendenza mentre il repubblicano è in carica. Il tycoon ha trasformato la ricorrenza in una nuova chiamata alle armi per l’esercito personale dei suoi sostenitori.

I padri fondatori

Nel posto in cui l’America è forse più America che in qualsiasi altro punto e angelo del paese, al Mount Rushmore, il presidente ha agitato mani e parole sul palco davanti una folla estasiata, mentre alle sue spalle rimanevano impassibili i volti di alcuni dei suoi predecessori: Washington, Jefferson, Roosevelt e Lincoln, divenuti sfondo e scenografia del suo ultimo spettacolo. In maniera incessante, gli elicotteri dei servizi di sicurezza sorvolavano le loro teste mentre fulmini e temporali grondavano dal cielo. A qualcuno, i chicchi di grandine sotto gli occhi dei padri fondatori sembravano lacrime versate per il triste show. Di Trump e dell’America oggi. Tra quei volti vorrebbe esserci anche lui: lo dice il video prodotto dall’Ia che ha diffuso sui social, immagini in cui appare anche la sua faccia tra quella degli uomini che hanno fatto l’America.

L’identità americana, sostiene l’attuale inquilino della Casa Bianca, è «sotto attacco».

Dalla «splendida montagna» Trump si è rivolto agli Stati Uniti per comunicare quale sia il più grave pericolo che li aspetta: non l’intelligenza artificiale, non i conflitti in corso nel mondo, non una povertà ormai endemica che affligge anche lo Stato più ricco sulla terra, ma la la «minaccia comunista» - un’ideologia fondata su «furto, controllo, menzogne e omicidi di massa». E «l’America non sarà mai comunista», perché «si può essere leali a Karl Marx oppure all'America. Si può essere comunisti o patrioti. Non si può essere entrambe le cose». «Il comunismo è l'esatto opposto della vita, della libertà e della ricerca della felicità. È morte, tirannia e ricerca del male». Il comunismo è più pericoloso di Pearl Pearl Harbor e persino dell'11 settembre: il comunismo, «è il nemico del 4 luglio 1776», data di nascita del «più forte e potente paese sulla terra».

La massa Maga applaude, salta ed esplode. Lo esalta mentre lui comunica che la democrazia è sotto attacco per «i nuovi arrivati nel nostro paese che abbracciano idee totalmente opposte al nostro stile di vita e al nostro grande successo».

Comunista, nel lessico del repubblicano, vuol dire «immigrati clandestini, criminali e da tutti coloro che non vogliono lavorare». Comunista nell’America del tycoon vuol dire democratici socialisti, progressisti, liberali che cominciano ad accogliere tra le loro fila delusi e disconnessi dal suo folle e vanaglorioso programma sconclusionato, i fuoriusciti da un’America che nemmeno con lui al comando si è vista First. Comunista vuol dire chiunque sia suo oppositore; forse, perfino, chiunque lo contraddica.

Al Rushmore c’era già stato sei anni fa: correva la prima era Trump, epoca del suo primo mandato e anche allora doveva convincere gli elettori a sceglierlo alle urne che avrebbe perso di lì a poco contro Biden. Il nemico era poco dissimile: il nuovo fascismo di «estrema sinistra», chi tirava giù le statue degli schiavisti in un’America che tentava di cambiare se stessa.

Anche adesso è in campagna elettorale per il midterm e ha ammesso che anche questa volta c è il rischio di perdere le elezioni «se ci comportiamo da stupidi». Tra le danze al ritmo dei Village People e i fuochi d’artificio, i cartelloni scritti a mano, nativi americani con copricapi tradizionali e sosia di Lincoln in cilindro, Trump ha fatto Trump, tra i suoi alti funzionari esibivano cappelli da cowboy. Carnevale sempre, con lui, prima di tutto.

Il New York Times ha giustamente osservato che il presidente «ha pronunciato la parola "comunismo" così tante volte che si sarebbe potuto pensare che la Guerra fredda fosse ancora in corso». Trump sembrava parlare da un’altra epoca o forse ha cercato di convincere e persuadere la folla di fronte a lui di viverne in una diversa, sospesa in una guerra permanente contro nemici interni ed esterni, tutti da sconfiggere.

In corso ci sono però altri conflitti, molto reali: quelli in Iran e in Ucraina che non ha saputo gestire e gli costeranno cari alle urne di novembre. Nello stesso giorno, decine di milioni di iraniani si riversavano nelle strade della Repubblica islamica per omaggiare con l’ultimo saluto l’ayatollah ucciso dai suoi bombardamenti; più lontano, a Pietroburgo, bruciavano raffinerie di una Russia ancora coinvolta in una guerra che il presidente Usa aveva promesso di risolvere in 24 ore durante la campagna elettorale.

Meteo non perdona

Faceva troppo freddo in South Dakota e troppo caldo nel resto d’America dove molte delle parate sono state cancellate. Non si è sfilato, per l’allerta meteo, nemmeno a Washington. Il vicepresidente Vance ieri era nella città che ama meno i repubblicani: a New York; il suo messaggio nella forma era più sobrio di quello del suo capo, ma nei contenuti non molto diverso: molti «parlano ossessivamente non della nostra grandezza nazionale, ma delle nostre imperfezioni». Pure il sindaco della città, Zohran Mamdani, ha spiegato cosa significa patriottismo nel giorno dell’anniversario: «Non significa fingere che la nostra nazione sia priva di difetti. Il patriottismo è ogni atto di giusto dissenso, perché amare il nostro paese significa lottare per la sua versione migliore».

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