Cheng Li-wun lo ha definito uno «storico viaggio per la pace». E in effetti l’incontro di venerdì 10 aprile tra la leader del Partito nazionalista (Kuomintang) e Xi Jinping promette di aprire una fase nuova nei rapporti tra Taiwan e la Cina. La presidente della principale formazione d’opposizione, in quella che Pechino considera una sua provincia da “riunificare”, è stata ricevuta nella Grande sala del popolo, un onore riservato ai capi di stato.

Dal segretario generale del partito comunista si è sentita dire che «i compatrioti su entrambe le sponde dello Stretto sono tutti cinesi e noi vogliamo pace, sviluppo, cooperazione e comunicazione. Questo è un desiderio comune». Lo stesso messaggio che lei ha lanciato a ottobre appena eletta alla guida del partito che, sconfitto nella guerra civile, istituì il suo governo nell’isola a 200 chilometri dalle coste del Fujian, che dal 1949 ha mantenuto legami affettivi, economici e culturali con la madrepatria.

Cheng ha invitato Xi a visitare Taiwan, sempre che nel 2028 batta l’indipendentista Partito progressista democratico (Dpp) al potere, che invece rappresenta chi nell’ex Formosa ci viveva da prima del 1949, con pochi vincoli con la Cina continentale.

Due anni però in politica sono un tempo infinito – durante il quale può accadere di tutto – e Cheng ha imboccato una strada complicata per competere con il Dpp. La stragrande maggioranza dei taiwanesi è infatti favorevole al mantenimento dello status quo (né indipendenza formale, né “riunificazione”) e per gli elettori le relazioni Pechino-Taipei non rappresentano un tema prioritario.

Più pressanti altre questioni, non solo quelle di genere, sulle quali Taiwan potrebbe dare lezioni a tanti paesi. Ad esempio, quelle sociali, con il boom dell’intelligenza artificiale che sta aumentando le disuguaglianze tra imprenditori e occupati nella fiorente industria dei microchip (il colosso Tsmc ha registrato un fatturato gennaio-marzo di 35 miliardi di dollari, +35 per cento) e il resto della popolazione. Ma il Kmt è un partito conservatore (ex fascista) e queste cose fa finta di non vederle.

Il senso di una stretta di mano

Come che sia, la grintosa cinquantaseienne che ha sparigliato le carte della politica taiwanese scommette sull’ostruzionismo, per bloccare i 40 miliardi di armamenti Usa che il presidente Lai vuole acquistare da Donald Trump, e spera di poter resuscitare il “consenso del 1992”, il compromesso sottoscritto tra comunisti e nazionalisti secondo cui esiste una sola Cina, anche se Pechino e Taipei non sono d’accordo su chi ne sia il legittimo rappresentante. 

Cheng Li-wun ha sostenuto che Xi le avrebbe promesso che non si opporrà a un ingresso di Taiwan nell’Organizzazione mondiale della sanità e nell’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile. Evidentemente con il nome “Taipei cinese”, anche se lei non l’ha specificato.

Lo storico incontro, arrivato a dieci anni da quello tra lo stesso Xi e la predecessora di Cheng, Hung Hsiu-chu, è servito alla leadership del partito comunista per rivendicare davanti al popolo cinese un successo (abbiamo un’alleata) su una politica taiwanese fatta finora soprattutto di controproducente pressione militare, che con Trump alla Casa Bianca e l’ultra nazionalista Sanae Takaichi premier in Giappone è saggio ridurre al minimo.

Dopo la stretta di mano del 2 agosto 2022 tra l’ex speaker della Camera dei rappresentanti, Nancy Pelosi, e l’ex presidente taiwanese, Tsai Ing-wen, le minacce di Pechino finora hanno prodotto l’unico risultato di far arrivare a Taiwan più armi e aumentare gli scambi economici e politici con Usa e Ue.

Ora invece Xi – grazie a una massiccia campagna di propaganda via social (negli ultimi giorni scrollando Weixin o Xiaohongshu è impossibile non imbattersi nei video della visita di Cheng) –  ha dimostrato che dall’altra parte dello Stretto ha un Kuomintang sempre più amico, guidato dalla vulcanica – soprattutto se paragonata agli scialbi presidenti del Dpp – Cheng, assieme al quale sarà possibile voltare pagina.

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