Nelle ultime settimane, in cima alla classifica delle più scaricate negli store cinesi è balzata “Sei morto?”, app dal nome sinistro in un paese scaramantico, che detesta sentir pronunciare la parola “si”, (morire), e perfino il numero “quattro”, omofono. Le relative polemiche sui social hanno indotto gli sviluppatori ad annunciare un rebranding (si chiamerà Demumu), in attesa di futuri investitori in questo strumento digitale elementare: se non si clicca per due giorni di fila sull’apposita icona sullo smartphone, “Sei morto?” allerta i contatti d’emergenza inseriti dall’utente.

A dispetto del nome, secondo molti l’iniziativa ha avuto successo perché ha intercettato una domanda diffusa, quella del 17,8 per cento delle famiglie cinesi, che è composta da una sola persona - secondo i dati relativi al 2023 (gli ultimi disponibili) - e che nel 2030 formerà una massa di 150-200 milioni di persone.

Dopo l’exploit di “Sei morto?”, il 18 gennaio sono arrivati i numeri dell’Ufficio nazionale di statistica (NBS), secondo cui, nel 2025, la popolazione totale della Cina (che due anni prima aveva perso il primato mondiale, conquistato dall’India) è diminuita di 3,39 milioni, scendendo a 1,4049 miliardi rispetto a 1,4083 miliardi dell’anno precedente. In termini assoluti, si è trattato del calo annuale più marcato mai registrato, fatta eccezione per la carestia che colpì la Cina tra il 1959 e il 1961.

Perché i cinesi non fanno più figli

Uomini e donne soli e sempre più anziani, che stanno già rivoluzionando stili di vita e modalità di produzione nella “fabbrica del mondo”, che ha fatto registrare il record negativo di neonati dal 1° ottobre 1949, quando Mao proclamò l’avvento della Repubblica popolare: soltanto 7,92 milioni nel 2025, il 17 per cento in meno rispetto ai 9,54 milioni dell’anno precedente, circa 10 milioni in meno rispetto al picco del 2016 e quarto anno consecutivo di contrazione.

Nonostante le campagne del governo (e del partito, che prova a entrare nelle camere da letto degli iscritti), i cinesi non fanno più figli per una serie di motivi. La società tradizionale incentrata sulla famiglia (anche qui, nonostante il neoconfucianesimo socialista promosso da Xi Jinping) è in crisi, il costo della vita negli ultimi decenni è aumentato tanto, il godimento individuale della vita nell’era post-Covid (come in tante altre parti del mondo) ha fatto masse di proseliti.

Demografi, sociologi e policymaker discutono di sostegno della fertilità, potenziamento del welfare, sussidi e quant’altro. Il governo le sta provando tutte ma, intanto, attraverso generosi sussidi al settore, si attrezza a sostituire con i robot gli operai, che invecchiano e, quando inizieranno a scarseggiare, costeranno di più. L’anno scorso quattro umanoidi su cinque tra quelli installati nel mondo hanno preso servizio in Cina.

Il problema di fondo è che l’andamento dell’economia non convince i cinesi, che dicono di non essere sicuri che si sia toccato il fondo. Un clima di sfiducia che induce un popolo pragmatico a posticipare il più possibile la decisione di mettere su famiglia e fare figli, che qui ancora coincidono.

Crescita lenta

Nuvole grigie che si addensano sulla seconda economia del pianeta, confermate dai dati sul quarto trimestre pubblicati lunedì 19 gennaio, che hanno registrato una crescita del prodotto interno lordo del 4,5 per cento, la più lenta degli ultimi tre anni. Meglio che in tante altre parti del pianeta, certo, e anche sufficiente a far centrare al paese l’obiettivo che si era posto per il 2025 di un Pil al più 5 per cento. Tuttavia il dato è fortemente influenzato dal boom delle esportazioni (oltre 1.190 miliardi di dollari di surplus commerciale nel 2025) e molto meno da una domanda interna che resta al di sotto delle aspettative.

Contrariamente a quanto vorrebbe il governo, che le sta provando tutte per rilanciare investimenti e consumi, la Cina si trova dunque sempre più dipendente dai mercati internazionali (il 32,7 per cento del Pil del 2025 è attribuibile all’export, il livello più alto dal 1997), in una fase - che si annuncia lunga - di forte turbolenza e accentuata competizione internazionale. Il bicchiere però può risultare anche mezzo pieno. Per esempio, il crollo dell’export negli Usa a causa dei dazi varati da Donald Trump è stato più che compensato dalle spedizioni in altri paesi e blocchi: Unione europea, Asean, Africa, America Latina. La Cina ha saputo reagire allo shock.

Ma la situazione è delicata, è lo stesso governo ad ammetterlo. Kang Yi, direttore del NBS, ha dichiarato che l’economia cinese ha resistito a molteplici pressioni mantenendo una crescita stabile nel 2025, ma ha avvertito che le pressioni esterne si stanno intensificando e che «numerosi problemi di lunga data e nuove sfide» ne stanno influenzando lo sviluppo.

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