Se la guerra globale al terrorismo è stato il seme nel campo della sorveglianza digitale di stato, la pandemia ne è stato il fertilizzante. Qualsiasi speranza di strapparla alle radici piantate dopo l’11 settembre, è stata spazzata via dopo il Covid-19.

In questo nuovo mondo, lo stato di sorveglianza cinese incarna l’impressionante potere della raccolta dati e dell’intelligenza artificiale nel semplificare, e occasionalmente salvare, la vita umana. È anche un’inedita sfida alla nozione di libero arbitrio, e alle libertà individuali che animano la democrazia. Promuovendo una nuova èra di controllo sociale, il partito comunista ha stretto saldamente le mani intorno al volante della Storia. Dove ci porterà tutto questo, non è facile a dirsi.

Forme di sorveglianza

La direzione della Cina sembra chiara, almeno per adesso. Agli inizi del 2022, mentre stiamo concludendo questo libro, Xi Jinping e il partito non hanno mai avuto il potere e il controllo di cui godono ora. Nuove leggi in materia di sicurezza dei dati, di tutela della privacy e di antitrust hanno cementato la presa del partito su vaste riserve di dati in possesso del paese. Una repressione a tappeto delle pratiche consolidate dall’industria di Internet ha inviato un chiaro segnale alle potenti società tecnologiche cinesi riguardo a chi comanda.

Nel frattempo, la Cina ha proseguito a tambur battente, con piani da trilioni di dollari, la costruzione di un numero sempre maggiore di infrastrutture per le industrie che si propongono di perfezionare i circuiti di feedback digitale di cui il partito ha bisogno per gestire i suoi problemi in casa: i centri di raccolta dati, i laboratori di ricerca sull’intelligenza artificiale, i ripetitori della telefonia mobile e i semiconduttori. Il partito ha dato spazio anche alle startup che sperimentano forme di sorveglianza ancora più estreme e discutibili, incluse alcune forme di frenologia digitale dagli obiettivi piuttosto oscuri.

Fra queste nuove forme di sorveglianza, la più inquietante è forse il riconoscimento delle emozioni. Nonostante varie ricerche dimostrino che le espressioni facciali non sono universali e non possono essere affidabilmente utilizzate per afferrare gli stati emotivi, diverse aziende hanno tentato di fare proprio questo, con gradi di precisione – alcune sostengono – prossimi all’80 per cento. Le aziende hanno collaborato con gli uffici di pubblica sicurezza cinesi, usando i filmati degli interrogatori di polizia per addestrare gli algoritmi a rilevare microespressioni da utilizzare, apparentemente, per identificare gli «individui pericolosi» e i «gruppi ad alto rischio» senza precedenti penali. Più di un’azienda ha propagandato queste tecniche nelle scuole, dove consentirebbero agli insegnanti di dividere gli studenti in categorie tipo «il falsamente serio», quello che «ascolta attentamente le lezioni [ma ha] brutti voti» e via dicendo.

Profilazione razziale

Incentivate dalla frenetica attività di controllo nello Xinjiang, le più grandi startup di intelligenza artificiale si sono affrettate a perfezionare la loro capacità di condurre una profilazione digitale basata sulla razza. La polizia ha usato i loro sistemi a Hangzhou, Wenzhou e nella cittadina di Sanmenxia, nei pressi di una famosa diga sul Fiume Giallo, per scansionare le folle a caccia di uiguri

Tra i requisiti tecnici di ogni sistema di riconoscimento facciale acquistato da un dipartimento di polizia, il ministero di Pubblica sicurezza ha richiesto che ci fosse quello di riconoscere l’etnia delle persone. Il rischio è – come ci ha fatto notare Samantha Hoffman – che giganti della sicurezza cinese come Hikvision e Dahua possano normalizzare la sorveglianza basata sulla razza anche in altri paesi esportando i loro sistemi in tutto il mondo.

Per risolvere le sfide politico-sociali, prima della pandemia un numero crescente di governi stava già seguendo le linee del partito nell’uso della sorveglianza digitale. Nel 2020 l’India, la più grande democrazia del mondo, ha adottato alcuni sistemi di riconoscimento facciale sviluppati da una startup locale, per identificare i contestatori che marciavano a New Delhi contro una nuova legge sulla cittadinanza. Singapore, uno dei paesi più ricchi dell’Asia e alleato regionale degli Stati Uniti, ha annunciato di voler installare oltre 200mila telecamere della polizia entro l’inizio del 2030, nonostante i bassi tassi di criminalità e un territorio complessivamente più piccolo della città di New York. E quando negli Stati Uniti gli insorti hanno preso d’assalto Capitol Hill all’inizio del 2021, in tutta risposta le forze dell’ordine americane si sono affrettate a dispiegare un’intera gamma di strumenti di sorveglianza.

La Soluzione cinese si è dimostrata capace di sfidare e minacciare l’ordine liberaldemocratico. Anche se gli altri paesi non sono riusciti a replicare perfettamente il sistema, la tecnologia ha dato ai governi autoritari di tutto il mondo nuovi strumenti per cancellare il dissenso e trincerarsi.

Effetti collaterali

L’adozione da parte della Cina di una società ingegnerizzata digitalmente comporta dei potenziali costi. Il partito comunista vuole che la Cina diventi la guida dell’innovazione tecnologica nel mondo. Ma, riducendo la scelta e intensificando il controllo, lo stato elimina quell’attrito, quell’incertezza e quella libertà che sono vitali per la creatività. Molti dei migliori giovani scienziati e ingegneri del paese vanno a studiare all’estero. Nonostante il governo abbia investito centinaia di milioni di dollari in stipendi, bonus e borse di studio per richiamarli in Cina, loro sembrano tendenzialmente continuare, se possono, a lavorare e vivere all’estero. A meno di chiudere i confini del paese, è difficile che il partito possa arginare il flusso in uscita di talenti.

Nel frattempo, la sua stretta sul settore della tecnologia cinese ha indotto molti dei suoi più brillanti imprenditori, tra cui Jack Ma, a ritirarsi dai propri ruoli aziendali, allontanando dalla vista modelli esemplari che hanno in gran parte guidato il recente successo commerciale del paese.

Nonostante queste battute d’arresto, il partito resta convinto di poter smontare e rimontare l’ordine globale. Un giorno di fine settembre questa certezza è confluita sulle prime pagine del People’s Daily, in un editoriale che celebrava lo spettacolo del centenario del partito, svoltosi qualche mese prima in piazza Tienanmen. «Oggi il mondo attraversa un cambiamento profondo, come non se ne sono mai visti in un secolo», ha proclamato l’autore del pezzo. «Uno dei tratti fondamentali di questo cambiamento è la tendenza, irreversibile, che vede l’oriente in ascesa e l’occidente in declino». I dirigenti cinesi sono convinti di essere giunti a una nuova forma di civiltà umana – basata su uno stato forte, con al centro la sorveglianza – più efficiente, stabile e reattiva della democrazia. Sono anche convinti che sia arrivato il momento di vendere le loro virtù.

Cosa fanno le democrazie?

Come dovrebbero reagire le democrazie? L’ultima volta che i governi democratici hanno fatto fronte comune contro il partito comunista su una questione di principio, è stato all’indomani del massacro di piazza Tienanmen nel 1989, quando gli Stati Uniti hanno sospeso le visite militari e la vendita di armi, e molti paesi europei hanno congelato i rapporti diplomatici con la Cina.

Una coalizione che ha cominciato quasi subito a sfilacciarsi, indebolita dal fascino del mercato cinese. È poi stata sostituita dall’èra dell’impegno, sostenuta per qualche decennio dall’idea che il mercato, il commercio e l’influenza della cultura occidentale avrebbero portato a una Cina liberalizzata e magari democratica: un sogno che ora sembra, se non proprio morto, in comatoso equilibrio sul più sgangherato dei sistemi di supporto vitale.

Sotto l’amministrazione Trump gli Stati Uniti hanno adottato una nuova strategia di confronto diretto. Nel 2019 la Casa Bianca ha cominciato a inserire le aziende cinesi coinvolte nella sorveglianza nella “entity list” del Dipartimento del commercio, che ha permesso agli Stati Uniti di tagliare le forniture di chip avanzati di produzione americana, come le gpu necessarie per far funzionare i sistemi di riconoscimento facciale di alto livello, che la Cina non era in grado di replicare. Il Dipartimento di stato ha poi imposto sanzioni agli alti funzionari dello Xinjiang, incluso il boss Chen Quanguo, vietando loro di entrare negli Stati Uniti o utilizzare il sistema finanziario americano. Washington ha inoltre sanzionato il Bingtuan, l’organizzazione paramilitare che gestisce gran parte dell’economia dello Xinjiang.

Sotto l’amministrazione Biden, gli Stati Uniti hanno aumentato ulteriormente la pressione, guidando il ritorno a qualcosa di somigliante al dopo-Tienanmen. Nel 2021 gli Stati Uniti, il Canada, il Regno Unito e l’Unione europea si sono coordinati per imporre ulteriori sanzioni al Bingtuan e ai funzionari dello Xinjiang: è stata la prima volta in ventidue anni in cui l’Europa ha imposto sanzioni alla Cina.

L’effetto delle sanzioni

Le sanzioni alle società della sorveglianza cinese hanno raggiunto gli effetti desiderati. Fra il 2020 e il 2021 Huawei ha dimezzato gli utili, grazie soprattutto alle sanzioni americane e agli sforzi con cui Washington si è alleata con altri paesi per non acquistare i dispositivi 5g per l’internet mobile dell’azienda cinese. Si è infine aggiunta la pressione dell’opinione pubblica, che ha persuaso Huawei a ritirare il brevetto, depositato insieme all’Accademia delle Scienze cinese, per un algoritmo di riconoscimento facciale in grado di identificare gli uiguri. Alcune aziende sono state in grado di sfruttare le scappatoie per continuare ad accedere alla tecnologia americana, e l’immenso mercato interno cinese le ha rifornite di clienti, ma la crescita torrenziale è diventata una cosa del passato.

Nell’inverno del 2021, SenseTime ha annunciato che stava pianificando un’offerta pubblica iniziale di 770 milioni di dollari a Hong Kong, con società statali cinesi e fondi d’investimento che avrebbero comprato il 60 per cento delle azioni: un precipitoso balzo all’indietro rispetto alle quotazioni multimiliardarie di New York che, prima delle sanzioni, molti si erano aspettati che la società mantenesse. Qualche giorno dopo, il Dipartimento del Tesoro ha aggiunto la società in una lista nera di investimenti per entità che, secondo gli Stati Uniti, sostenevano lo sviluppo militare cinese, vietando agli americani di acquistare le sue azioni. SenseTime ha prontamente rinviato l’ipo, che più tardi è andata avanti con l’esclusione degli investitori americani.

L’impatto nello Xinjiang

L’impatto nello Xinjiang era più difficile da stabilire. Nel 2019 l’antropologo tedesco Adrian Zenz, che frugando nei documenti governativi aveva reso possibile gran parte delle inchieste giornalistiche sullo Xinjiang, ha rivisto la sua valutazione sulla portata della campagna di “rieducazione” del 2017 nello Xinjiang. Sulla base di testimonianze raccolte da un gruppo non profit in Kazakistan, report dei media sulle strade e bazar svuotati nei quartieri musulmani, e della continua espansione dei campi di rieducazione, Zenz ha affermato che almeno un milione e mezzo di persone – circa un adulto turco islamico su sei – è stato, in un qualche momento, detenuto in una delle strutture.

I campi erano sempre pieni, grazie alla costante espansione della rete di sorveglianza di Chen Quanguo. Praticamente in ogni luogo pubblico erano stati installati cancelli di sicurezza dotati di riconoscimento facciale: all’ingresso di negozi e banche, moschee, alberghi, siti turistici, stazioni degli autobus, stazioni ferroviarie, centri commerciali eleganti o a buon mercato. La polizia aveva acquistato droni dotati anch’essi della tecnologia di riconoscimento facciale, per rintracciare le persone in aree lontane, fuori della portata di telecamere normali.

Verso la fine del 2019, pochi mesi dopo che gli Stati Uniti avevano imposto il loro primo giro di sanzioni, Chen Quanguo ha cominciato a liberare i detenuti dai campi. Nelle strade dello Xinjiang la vita era di nuovo ripresa in modo apparentemente normale, con meno pattuglie in giro e meno filo spinato. Sul finire del 2021, Chen è stato sostituito come capo del partito, forse in vista di una promozione a una carica più potente a Pechino nel 2022.

In realtà, ben poco è cambiato. Le moschee sono ancora chiuse o strettamente controllate, e gli inviti alla preghiera continuano a essere muti. Gli uiguri e le altre minoranze turche vivono ancora all’interno di una rete di sorveglianza ineludibile, con il timore di poter essere deportati in qualsiasi momento. Alcuni campi sono stati chiusi, ma molte strutture sono state ampliate o riconvertite in carceri.

Calcolando la superficie di circa 350 carceri e campi di internamento nello Xinjiang, e basandosi sulle immagini satellitari e sui criteri di costruzione delle carceri cinesi, il sito di notizie Buzzfeed News ha concluso nel 2021 che la regione ha mantenuto la capacità di detenere in qualsiasi momento almeno un milione di persone: una capacità di detenzione sette volte superiore a quella degli Stati Uniti.

Scenari futuri

Questi vari esiti hanno inevitabilmente sollevato la questione se gli Stati Uniti e altri paesi di visione analoga debbano cambiare linea. Le limitazioni imposte alla vendita dei dispositivi di sorveglianza cinesi hanno senza dubbio danneggiato le aziende americane. Il sacrificio è stato certamente utile, benché finora le restrizioni non siano riuscite a rallentare di molto lo stato di sorveglianza in Cina o la diffusione globale dei sistemi di sorveglianza cinesi. Le restrizioni hanno anzi incoraggiato la Cina a sviluppare per conto proprio tecnologie di base avanzate, che le permetteranno nel lungo termine di escludere del tutto la tecnologia straniera e di trasformare il proprio sistema in una vera scatola nera. Non è per nulla detto, in altre parole, che i benefici dello status quo giustifichino i costi.

In teoria, lo stato di sorveglianza cinese potrebbe collassare su sé stesso. Lo scrittore Wang Lixiong, che aveva paragonato la difficile situazione degli uiguri a quella dei palestinesi, ha esplorato la possibilità di una tale implosione in The Ceremony, un romanzo distopico pubblicato a Taiwan nel 2017. 

Il libro narra di un futuro prossimo in cui lo stato di sorveglianza cinese viene rovesciato, quando il capo dell’agenzia di sicurezza nazionale, temendo di essere incolpato per aver permesso a un subalterno di perpetuare una falsa epidemia di influenza a scopi politici, assassina un capo simile a Xi con uno sciame di droni in miniatura a forma di ape. «I leader degli stati tecno-totalitari sono vulnerabili, perché sono costretti a fidarsi di strumenti e sistemi che non comprendono», ha spiegato Wang a un altro scrittore cinese discutendo del romanzo. Le persone normali possono essere incapaci o non desiderose di ribellarsi, ma i burocrati che sanno come controllare la tecnologia si trovano nella posizione di poter provocare danni immensi. «Per rovesciare la macchina autocratica dall’interno, a volte tutto ciò che serve è avere il comando su un singolo punto nodale».

A chiunque possa essere tentato di aspettare semplicemente lo svolgersi degli eventi, va fatto notare che, in passato, nessuna previsione sul crollo del partito comunista si è mai realizzata. Magari la prognosi di Wang è più azzeccata delle altre, ma per molti versi è anche più aleatoria. Se un simile scenario sia o meno positivo per la Cina o per il resto del mondo è un’altra questione aperta.

Come osserva lo stesso Wang, non è detto che dalle macerie di un crollo improvviso dello stato di sorveglianza emerga una Cina forte e democratica. Ci sono le stesse probabilità che sorga invece un nuovo regime autocratico, o che il paese si divida e scivoli in un lungo periodo di conflitti interni, con terribili conseguenze per l’economia globale.

Fare di più

Se le democrazie vogliono fare di più per limitare lo stato di sorveglianza cinese, un modo – suggerito dagli attivisti per i diritti umani e da alcuni legislatori a Washington – è quello di colmare le lacune nelle restrizioni all’esportazione e di adattarle in modo che colpiscano in maniera più mirata attività come la censura e la sorveglianza. Questo procurerebbe qualche danno alle aziende americane che forniscono tecnologia alla Cina, ma sarebbe un sacrificio utile.

Un’altra via è essere più strategici nel combattere i tentativi di Pechino di esportare la soluzione cinese, offrendo alternative democratiche. Come hanno sostenuto gli studiosi, a questo scopo occorrerebbe anzitutto capire perché i singoli governi siano attratti dai sistemi di sorveglianza cinesi.

«Molti paesi sono convinti che queste piattaforme siano in grado di fornire una soluzione reale ai gravi problemi che le loro popolazioni si trovano ad affrontare», scrive la politologa Sheena Greitens, fra coloro che hanno mappato le esportazioni della sorveglianza cinese. Certi paesi si rivolgono alla tecnologia cinese per essere aiutati nel combattere il crimine. Altri la usano per controllare meglio il traffico automobilistico, o per reprimere il dissenso politico. Se gli Stati Uniti e le altre democrazie avanzate vogliono davvero contrastare l’influenza del partito comunista, devono trovare la sfumatura giusta con cui affrontare i diversi problemi.

Ma le democrazie, prima di vendere le loro concezioni del mondo alternative, devono decidere in che cosa credono. Come documentano gli studiosi, l’ascesa di un autoritarismo d’impronta tecnologica negli Stati Uniti e altrove, inclusa la Cina, ha coinciso con un momento di debolezza, confusione e paralisi dei paesi che più avrebbero dovuto incarnare i vantaggi di un governo democratico.

In Cina, gli Stati Uniti sono sempre più indicati con l’espressione dengtaguo ( 灯塔国), o «nazione faro», una sarcastica battuta sul loro status di affievolito faro di libertà e buongoverno. La Gran Bretagna del dopo Brexit ha sperimentato un analogo crollo della sua reputazione. Uno dei più grandi fallimenti delle democrazie ricche, soprattutto occidentali, è decidere come conciliare le tecnologie di sorveglianza con valori individuali come quelli della privacy, della libertà di scelta e di espressione, essenziali per il funzionamento delle società democratiche.

© 2022 Joshua Chin e Liza Lin

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Traduzione di Benedetta Antonielli d’Oulx


Il testo in queste pagine è un estratto dal libro di Josh Chin e Liza Lin Stato di sorveglianza. La via cinese verso una nuova era del controllo sociale, appena pubblicato da Bollati Boringhieri (2022).

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