I punti d'arrivo di missili e droni, in questa guerra del Golfo che si estende di giorno in giorno – anzi, di ora in ora - si spingono ogni giorno un po’ più in là. Per la prima volta da quando la guerra è iniziata lo scorso febbraio, anche l’Egitto è finito in fiamme. Mercoledì notte, nel porto di Damietta, due petroliere sono andate a fuoco in seguito a un attacco con droni in un'operazione non ancora ufficialmente rivendicata da alcun paese. Un incendio è scoppiato sulla Energos Winter e una seconda imbarcazione subito dopo: sembra sia divampato dopo l'attacco all'impianto galleggiante di stoccaggio di gas naturale. Era di proprietà degli Stati Uniti e batteva bandiera delle Isole Marshall.

Ancora escalation

Il messaggio non scritto affidato al drone appare chiaro: l’Iran può raggiungere qualsiasi confine voglia e danneggiare, devastare, paralizzare il traffico energetico mondiale. E appare ancora più chiaro se si legge il New York Times: due funzionari iraniani hanno detto al giornale che si è trattato di un volo esplosivo puramente dimostrativo, a testimonianza di capacità e potenza degli sciiti. Non è ancora chiaro se il drone sia partito dalla Repubblica Islamica o dai territori controllati dalle sue milizie proxy (gli Houthi, dallo Yemen, hanno negato ogni coinvolgimento). Ma questo è solo il penultimo missile: l'ultimo arriverà oggi chissà dove e sarà soltanto l'ennesimo; dove si fermerà questa escalation mediorientale è ancora impossibile dirlo.

Se fino a ieri parole e proclami, marce indietro e smentite si rincorrevano nelle stanze negoziali, ora c'è posto solo per colpi e ai contraccolpi sul campo di guerra. Eppure faticosamente, laboriosamente, il lavoro dei mediatori prosegue: i pakistani, i più instancabili tessitori della tela dei colloqui impossibili tra iraniani e americani, lo confermano. I colloqui, ha assicurato il portavoce del ministero degli Esteri di Islamabad Tahir Andrabi, vanno avanti in particolare per lo Stretto di Hormuz «e per la de-escalation».

Ma non sarà la de-escalation lo scenario probabile nell'orizzonte più immediato, mentre il presidente americano valuta una nuova campagna di offensive aeree destinata a durare almeno altre due settimane. Il piano che ha davanti agli occhi Trump lo ha messo nero su bianco il comandante del Comando centrale Usa, l'ammiraglio Brad Cooper, in missione per comprendere come definitivamente indebolire le difese iraniane (che comunque, finora, non hanno ceduto di fronte ai bombardamenti più intensi dall'inizio del conflitto).

Se dovesse arrivare il via libera da Trump, gli iraniani e il resto del mondo assisterebbero ad escandescenze missilistiche senza precedenti; resta però in piedi anche un piano b: una campagna militare più contenuta, considerata necessaria conditio per lasciare alla diplomazia una strada su cui proseguire il suo cammino.

Tra le operazioni completate «con successo» dal Comando centrale figura adesso anche quella condotta ieri contro Qeshm, Kish, Bandar Abbas, Abadan e Bushehr. Sull'isola di Qeshm, nel quartiere di Chah Tangu, l'attacco Usa ha sterminato una famiglia intera: sono morti il padre, la madre e il figlio di due anni. Ed è proprio per vendicarsi della strage, hanno reso noto i Pasdaran, che Teheran ha colpito la base aerea di Al-Azraq, in Giordania: sarebbero andati distrutti tre caccia F-35 americani e altri tre sono stati danneggiati nel paese che, dall'alba, ha abbattuto altri cinque missili. I Guardiani hanno rivendicato anche il raid contro la base militare americana di Ali al-Salem, in Kuwait: il risultato è di due hangar distrutti, dove erano custoditi droni, insieme a un deposito di carburante per aerei ed elicotteri.

Anche ieri le divise iraniane hanno giurato vendetta missilistica da compiere «con l'aiuto di Dio Onnipotente», ma il vero stratagemma che stanno usando per «punire l'aggressore» è poco divino: è fatto di astuzia e tempo – quello che Teheran ha e Washington no, per le elezioni di midterm in arrivo, e per i depositi vuoti di armamenti. (Lockheed Martin ha siglato ieri un contratto da 59 miliardi di dollari per triplicare la produzione dei sistemi Patriot).

La strategia iraniana è a lungo termine, tanto quanto è lungo il volo dei droni che ieri sono arrivati fino in Egitto, che ogni giorno sorvolano la strettoia liquida di Hormuz che l'Iran controlla ancora. Ieri una nave qatariota, carica di gas naturale liquefatto, ha attraversato lo Stretto per la prima volta in quasi tre settimane dopo il placet iraniano.

Finora l’Arabia Saudita ha invece usato lo Stretto di Bab el-Mandeb per le navi che deve adesso spedire verso la rotta settentrionale, in direzione del Canale di Suez.

Indagine al Congresso

A non concedere di trasformare le speranze di fine del conflitto in certezze ci pensa sempre il tycoon, che non sembra voler soltanto terminare la guerra, ma l'intero Iran: «Finiremo l'Iran molto presto», ha detto ieri. È una guerra già data per vinta molte volte nel vocabolario svuotato di senso del presidente americano, incapace di mantenere una linea definita, né dura né morbida: cerca un accordo e porta avanti lo scontro, fa tutto e tutto insieme.

Ma per Trump sta diventando sempre più difficile: ora al Congresso i dem chiedono chiarezza e un'indagine sull'attacco che ha ucciso sei soldati americani nel secondo giorno dell’operazione Epic Fury. I vertici militari, secondo i testimoni che tra le divise si sono fatti avanti, avevano avvertito che le difese non erano pronte a sostenere quel tipo di rappresaglia.

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