La giovane giornalista ha mostrato nei suoi video il dramma della popolazione sotto i bombardamenti israeliani. Ora torna a farlo in un libro, dove apre le porte delle sue emozioni attraverso uno scritto personale che fa entrare il lettore dentro la quotidianità della Striscia
Ci sono libri che diventano testimonianza storica. E Gli occhi di Gaza della giornalista Plestia Alaqad, pubblicato in Italia da Edizioni Sonda, è uno di questi. In un diario intimo di quasi duecento pagine, la reporter racconta i suoi 45 giorni di guerra nella Striscia prima dell’evacuazione verso l’Australia.
Plestia Alaqad porta il lettore dentro la sua vita quotidiana e di quella di decine di persone. Vite che sono state stravolte dal 7 ottobre 2023. E lo fa con gli occhi di una giovane ragazza che proprio in quelle settimane difficili diventa una delle giornaliste più seguite sui social network.
«Per me il giornalismo è più una missione che una carriera», dice Alaqad. Una missione che emerge nero su bianco nel diario scritto ogni giorno fino a quando nel novembre del 2023 ha lasciato la Striscia attraverso il valico di Rafah.
Vita o lavoro
Il peso e la responsabilità di essere testimoni della guerra emerge in più parti del libro, come quando racconta di dover abbandonare la propria casa insieme alla sua famiglia perché rischia di essere bombardata dall’esercito israeliano. «Mi trovo in una situazione in cui devo scegliere tra la mia vita, la borsa d’emergenza e il fatto di essere una reporter – scrive – Alla fine decido che per me il giornalismo è più importante della borsa con dentro la mia vita e la mia casa, perciò lascio quella».
Alaqad muove i suoi primi passi nel mondo del giornalismo ben prima della guerra e lo fa nella Press House Palestine fondata da Belal Jadallah (ucciso il 19 novembre 2023 con un colpo di carro armato mentre era a bordo della sua auto).
L’uomo, considerato mentore da decine di giovani colleghi gazawi, gli propone di lavorare in un team che si occupasse soltanto di social media. Alaqad accetto ma poco dopo decide di cambiare strada: «Detesto quando, googlando Gaza, ti escono solo immagini di distruzione e penso che alla fine sia stato il motivo per cui me ne sono andata dalla Press House». Ma una volta iniziata la guerra è tornata a fare la reporter e lo fa portandosi dietro quell’esperienza iniziale fatta a Press House.
I suoi profili social, infatti, raggiungono in pochi giorni decine di migliaia di seguaci. E a quasi due anni e mezzo anni dal 7 ottobre, i follower sulla sua pagina sono arrivati a quasi 4 milioni. Giovane e dalle ottime capacità comunicative, Alaqada ha mostrato nei suoi video il dramma della popolazione.
Ora torna a farlo in un libro, dove racconta la difficoltà di accedere a internet, lo sfollamento, la distruzione della propria casa, le corse in ospedale, i bombardamenti, i raid, il rumore incessante dei droni. Nulla che non si sappia già, nulla che non sia già stato raccontato. Ma la differenza, questa volta, è che il linguaggio utilizzato non è solo giornalistico.
Alaqad apre le porte delle sue emozioni attraverso un diario intimo che fa entrare il lettore dentro la quotidianità di Gaza, dove i reporter vengono considerati un’ancora di salvezza e fonte di ispirazione per i civili, come quando scrive: «Sono una giornalista, se incomincio a piangere io gli altri vanno ancora più in crisi, quindi devo contenermi».
La fuga da Gaza
Nella seconda metà del libro, Alaqad racconta la fuga da Gaza avvenuta nel novembre del 2023. E quindi, il viaggio, l’evacuazione ma anche le difficoltà nel lasciare la propria terra. Emerge il senso di colpa dei sopravvissuti, di chi riesce a lasciare un territorio mentre la sua gente viene uccisa da bombe, droni e missili.
Una volta fuori e in salvo, i ricordi riaffiorano giorno e notte. Gaza, il mare, i caffè nella riva. Gli amici, i colleghi e la famiglia. E la nuova vita diventa svuotata dell’identità. «A Gaza ciascuno ha la propria identità. Siamo dottori, giornalisti, uomini d’affari. Ma fuori da Gaza chi siamo? Diventiamo dati in una statistica: rifugiata numero 120, avanti il prossimo, grazie. A Gaza tutti hanno una casa, fuori invece siamo solo turisti indesiderati», scrive.
E il senso di colpa ritorna sempre, anche nelle ultime pagine. «Non mi vedo come mi vedono gli altri. Non mi considero un’eroina. Sento che quello che ho fatto non è niente rispetto a quello che succedeva sul campo. Sarò riuscita a mostrare si e no il 10 per cento delle difficoltà che la gente sta affrontando a Gaza».
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