«Per colpa dei paesi più sviluppati il numero di chi soffre di denutrizione sta crescendo per la prima volta dal 2018», spiega Stefano Piziali, direttore dell’ong che ha curato l’edizione italiana del Global Hunger Index: «Bisogna interrompere i conflitti e investire nell’agricoltura sostenibile»
Seicentoquarantacinque milioni. Sono le persone che hanno sofferto la fame nel 2025. Un numero paragonabile all’intera popolazione europea. Di questi, 35,5 milioni sono bambini. A certificarlo è il Global Hunger Index 2026 (Ghi), indice redatto da Welthungerhilfe, l’Institute for International Law of Peace and Armed Conflict e Helvetas che dal 2006 misura il livello di fame nel mondo.
Nel 2025, dopo un lungo periodo di miglioramenti, il livello di fame nel mondo è peggiorato rispetto al 2018. Per Stefano Piziali, Direttore Generale dell’organizzazione umanitaria italiana Cesvi che ha curato l’edizione italiana dell’indice, il problema sta nell’intersecarsi di tre elementi chiave: conflitti, cambiamento climatico e insicurezza alimentare. «Bisogna interrompere i conflitti e investire nell’agricoltura sostenibile», sostiene il direttore.
Le tendenze globali
Guardando alla sola scala di gravità, basata su un punteggio assegnato ad ogni Paese ottenuto attraverso la combinazione di indicatori che vanno dalla denutrizione alla mortalità infantile, il livello di allarme è moderato (18,1), ma è peggiorato rispetto al 2018, interrompendo un trend positivo iniziato nel 2000, quando il punteggio era pari a 28,2. A peggiorare sono principalmente la denutrizione, l’arresto della crescita infantile e il deperimento nei bambini, mentre la mortalità fra i più piccoli ha continuato a registrare un lento e progressivo miglioramento.
Ma è osservando i dati sui singoli paesi che si delinea un quadro preoccupante. La fame è grave in 36 paesi, e in 32 il livello è più alto rispetto al 2018. I paesi più colpiti sono quelli nell’Africa a sud del Sahara e nell’Asia meridionale, mentre America Latina, Asia orientale, sud-est asiatico, Europa e Asia centrale mantengono punteggi medi bassi.
Otto, invece, sono i paesi in cui il livello di fame è allarmante: Burundi, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Madagascar, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Yemen. Su questi ultimi due, insieme all’Eritrea, la situazione potrebbe essere anche più grave di quello che appare. «Su Yemen, Sudan e Eritrea il problema è talmente capillare che non si è stati in grado di raccogliere i dati sufficienti per esprimere un giudizio fondato su dati certi», spiega Piziali.
Le cause della fame
Il principale motore della fame nel mondo sono i conflitti armati. Nel 2025 ne sono stati registrati 65, il numero più alto dal 1946. Nei paesi in guerra il punteggio mediano di Ghi sale a 22,1, ovvero grave, rispetto al 9,7 di quelli in pace. I conflitti poi producono inevitabilmente una reazione a catena: basti pensare alle ostilità fra Stati Uniti e Iran che hanno portato al blocco dello Stretto di Hormuz, situazione che ha minacciato la produzione agricola, con l’aumento del prezzo dei fertilizzanti, e l’accessibilità del cibo in molti paesi.
I cambiamenti climatici amplificano ulteriormente l’insicurezza alimentare: come riportato nel documento del Ghi, che cita i dati dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, nel 2025 gli eventi meteorologici estremi sono stati il fattore primario d'insicurezza alimentare acuta per 87,5 milioni di persone in 16 Paesi. Il principale responsabile è El Niño, il fenomeno periodico di riscaldamento delle acque dell’Oceano Pacifico che ha provocato la peggiore siccità dell’ultimo secolo nell’Africa meridionale e causato forti piogge che hanno devastato raccolti in Asia meridionale.
A questi due elementi bisogna poi aggiungere l’instabilità economica, che sottrae i fondi destinati agli investimenti nell’agricoltura, e la sempre meno presente assistenza internazionale, che ha visto un peggioramento nel 2025, anno in cui i finanziamenti alla sicurezza alimentare sono scesi ai livelli più bassi dal 2016-2017.
La Somalia, dove le crisi si incrociano
Il paese con il peggior punteggio nella scala di gravità è la Somalia che, come sostiene Piziali, è «l’esempio dell’incrocio delle crisi». «La situazione in Somalia è quella di un paese cronicamente interessato da conflitti interni, da quelli col gruppo terroristico islamista Al Shabaab alle tensioni con la vicina Etopia e con il Somaliland, la parte settentrionale del paese che ambisce all'indipendenza», spiega il direttore. A ciò bisogna aggiungere gli effetti del cambiamento climatico: «El Niño ha particolarmente colpito la Somalia, dove ai lunghi periodi di raccolti fallimentari sono seguite inondazioni tremende che hanno ulteriormente devastato i campi». Qui più di una persona su due è denutrita, e un bambino su dieci muore prima dei cinque anni. La fame acuta è cresciuta del 43%, ed entro il 2027 1,92 milioni di bambini rischiano di soffrirne.
Cesvi, come organizzazione umanitaria, da anni lavora in Somalia e in diversi altri territori per contrastare la malnutrizione. «Abbiamo in corso interventi di screening nutrizionale, controlli periodici per individuare le forme di malnutrizione acuta, e poi, una volta che abbiamo effettuato questi screening, somministriamo alimenti supplementari e terapie mediche mirate ai bambini affinché possano sopravvivere al momento critico», racconta Piziali. Particolarmente rilevante, spiega, è anche l’intervento sulle madri, alle quali forniscono una formazione nutrizionale per aiutarle nell’allattamento.
Il virtuoso caso dell’Uganda
Da diversi paesi provengono però segnali incoraggianti. Dal 2018 trentuno stati hanno ridotto il punteggio di almeno il 10 per cento. In Togo, ad esempio, la denutrizione è crollata dal 21,3 per cento al 10,2 per cento, mentre in Bangladesh si è passati dal 34,6 per cento al 19,2 per cento. I risultati più duraturi, si legge nel report, sono stati raggiunti grazie alla convergenza di più fattori, come una pianificazione multisettoriale che va dall’agricoltura ai servizi igienico-sanitari o gli investimenti sull’istruzione.
Il caso più virtuoso è quello dell’Uganda. «L'Uganda, nonostante non viva le stesse problematiche della Somalia dal punto di vista climatico, ha dalla sua una stabilità politica importante e un accesso più ampio alle risorse», sottolinea il Direttore generale del Cesvi. È un paese che negli ultimi anni ha elargito importanti investimenti rivolti soprattutto ai piccoli agricoltori. Lì gli agricoltori possono avere un supporto tecnico e riescono ad accedere a facilitazioni per commercializzare i loro prodotti in eccesso, quindi non produrre solamente per l'autosufficienza e per l'alimentazione della loro famiglia. L'Uganda, così, è riuscito ad accogliere quasi un milione di rifugiati sudanesi e alimentarli, sostenerli, offrire loro delle terre da coltivare per contribuire al loro stesso sostentamento»
Le raccomandazioni del Ghi
Per affrontare l’emergenza fame l’approccio, secondo gli autori dell’indice globale della fame, è quello di intervenire sull’intersecarsi dell’instabilità economica, dello shock climatico e dei conflitti. I governi devono quindi integrare la sicurezza alimentare e nutrizionale all’interno dei piani nazionali di sicurezza, accelerare gli investimenti in sistemi alimentari resilienti e sostenibili rafforzando, ad esempio, la produzione locale e il commercio regionale, e intensificare la diplomazia.
«La fame, invece di essere debellata, sta aumentando in tutto il mondo ed è soprattutto per colpa dei paesi più sviluppati che hanno interrotto gli aiuti. Basta vedere quello che hanno fatto gli Stati Uniti, che hanno moltiplicato i conflitti nel mondo», accusa Piziali, che lancia un appello alla comunità internazionale: «Bisogna interrompere i conflitti e investire sull’agricoltura sostenibile. Ritorniamo a una politica multilaterale, ritorniamo ad affrontare insieme i problemi globali, non pensiamo di risolvere i problemi con azioni individuali, con azioni prepotenti in un'ottica di liberi, perché i danni li pagano sia i più poveri del mondo che noi».
© Riproduzione riservata