Riad lancia un avviso di evacuazione per gli abitanti della capitale yemenita. Attacchi anche su Kamaran e a Saadaa, centro nevralgico del potere dei ribelli. Trump ancora indeciso se intervenire o no
Fiamme alte nel cielo di al-Sabaha, a Sana'a, la capitale yemenita, dove si trova l'impianto petrolifero che i sauditi hanno attaccato. L'avviso di evacuazione alla popolazione l'aveva lanciato il portavoce della coalizione saudita Turki al-Maliki; l'appello, anzi il monito ai civili, è stato esplicito: allontanatevi, ci sarà «un'operazione speciale».
Attacchi anche contro l'isola di Kamaran, nel Mar Rosso, e Qanawis, qualche decina di chilometri a nord dal porto di Hodeida, ma i droni sono arrivati fino alla provincia Jawf e quella di Saada, centro nevralgico del potere degli Houthi – che hanno bombardato a Taiz, dove cinque civili sono morti. Alle porte orientali del paese – quelle più ricche di petrolio e gas - a Marib e al-Jawf, le forze governative yemenite avanzano contro i ribelli.
C'è una nuova mappa di guerra da aggiornare nel conflitto del Golfo. Donald Trump ha un problema in Yemen, un nuovo fronte che si apre senza che Washington abbia ancora risolto quello più insidioso e antico in Iran. E il presidente, impegnato nel saliscendi dei palchi della campagna per le midterm, ha davanti un nuovo dilemma: il conflitto si allarga, lui non sa se attaccare, proprio mentre va a picco in sondaggi. È restio ad intervenire contro gli Houthi, che «si comportano molto male», ma lui «non dimenticherà». Sono tornati a farsi sentire dopo i bombardamenti Usa di un anno fa, ha scritto su Truth, «su ordine dell'Iran».
Per risolvere la questione Repubblica islamica «presto» prenderà una decisione. Ma è stato Trump stesso ad ammettere che potrebbe aver superato il punto di non ritorno: di iraniani, gli statunitensi, ne hanno fatti saltare in aria troppi. Siamo andati «troppo oltre», dice il tycoon, fino a compromettere strategicamente la possibilità stessa di negoziare: «Potremmo aver esagerato con la leadership, ora non sappiamo più con chi diavolo abbiamo a che fare».
È una valutazione che finisce per dare, almeno in parte, ragione agli alti gradi Pasdaran, convinti che l'errore numero uno commesso dagli americani è stato di valutazione: non conoscono «la realtà della società iraniana», erano convinti che Teheran collassasse dopo l'uccisione di Ali Khamenei.
I miliziani filo-Teheran intanto hanno ormai capito, proprio come gli iraniani, che non serve colpire ovunque. Basta farlo solo dove fa più male per piegare l'avversario: nei punti nevralgici. Per i raid contro l'aeroporto internazionale King Khalid a Riad – un'infrastruttura da 40 milioni di passeggeri l'anno - ci sono stati almeno 20 morti e 356 feriti tra il 6 e l'11 ottobre. Blackout e blocco dei voli hanno ripercussioni logistiche e militari, ma anche economiche. Difficilmente, dicono gli analisti, la minaccia dei miliziani si placherà prima della fine del conflitto a guida Usa nel Golfo.
Gli alti diplomatici di Riad e Abu Dhabi rimangono incollati ai telefoni per tentare di arginare una polveriera che diventa sempre più rovente. Rimbalzano messaggi nelle cancellerie del Golfo che rimarcano lo stallo politico, interessi divergenti, uno spazio sempre più compromesso dal cul de sac diplomatico. Lo sceicco emiratino Zayed Al Nahyan rimane in contatto con il principe saudita Faisal bin Farhan Al Saud, così come Al Muraikhi, ministro degli Esteri qatarino, con l'omologo yemenita, Al Zouba.
Quello egiziano, Abdellatty, ha chiesto che vengano fermati i ribelli all'omologo iraniano Araghchi. Ankara alza la voce: Erdogan contesta gli attacchi contro l'alleato saudita dell'accordo della Mecca, eppure la postura turca rimane cauta: la Turchia «non invierà truppe nel territorio di un altro paese per sferrare un attacco», dice il ministro degli Esteri turco. Intanto il capo di Stato maggiore turco, Selcuk Bayrakraroglu, si confronta con l'omologo pakistano Asim Munir. Non è solo solidarietà regionale, ma calcolo strategico: una morsa a tenaglia militare potrebbe presto stringersi attorno ai miliziani.
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