Pechino e Pakistan propongono un piano in cinque punti per arrivare alla pace in Iran. L’Onu interviene sulla legge israeliana sulla pena di morte: «È un crimine di guerra». In Libano l’Idf manterrà il controllo a sud del Litani. Giallo sulla giornalista Usa rapita a Baghdad
Attacchi al personale Unifil, oltre 1.270 morti e 3.750 feriti, truppe israeliane che invadono il sud del paese e villaggi cristiani sotto attacco. L’escalation militare in Libano è ai massimi storici e la situazione preoccupa il Consiglio di sicurezza dell’Onu che ieri si è riunito in emergenza per discutere dell’uccisione di tre caschi blu avvenuta nelle ultime 24 ore.
Ma a preoccupare l’Onu è anche la legge che introduce la pena di morte per i palestinesi riconosciuti colpevoli di aver intenzionalmente compiuto attacchi mortali considerati «atti di terrorismo» da un tribunale militare israeliano. Secondo l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, è «profondamente discriminatoria», e la sua applicazione «costituirebbe un crimine di guerra».
Per l’Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas, «è una grave regressione». Tanti sono i fronti attivi a cui la diplomazia internazionale deve far fronte e per questo motivo si stanno muovendo anche altri paesi che finora erano rimasti in silenzio ad aspettare, come la Cina.
La mossa del Dragone
Pechino scende in campo e fa la prima mossa. La fa insieme al Pakistan, paese che più di altri si è guadagnato la fiducia di Teheran e degli Stati Uniti per intavolare le mediazioni di pace. Il ministro degli Esteri, Wang Yi, ha annunciato un piano di cinque punti elaborato insieme al suo omologo pakistano. Il primo prevede un cessate il fuoco immediato e l’entrata degli aiuti umanitari nella regione.
Il secondo punto è l’avvio di negoziati di pace il prima possibile ribadendo il rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale dell’indipendenza nazionale dell’Iran e dei paesi del Golfo. Gli altri punti prevedono che in questa fase le parti coinvolte dovrebbero «astenersi dall’uso o dalla minaccia di uso della forza durante i colloqui di pace», fanno sapere Pechino e Islamabad. I due paesi ribadiscono il «principio di protezione dei civili» e degli «obiettivi non militari», comprese tutte le infrastrutture energetiche.
In questa fase rientra anche il ripristino del passaggio nello Stretto di Hormuz. Infine, ultimo punto, Cina e Pakistan chiedono sforzi per praticare un «vero multilateralismo» e arrivare a «stabilire un quadro di pace comprensivo», duraturo e conforme al diritto internazionale. La mossa di Pechino è un cambio di passo da non sottovalutare.
Hormuz
Ma ad accelerare sono anche gli iraniani. Il parlamento ha approvato in tempi record la legge che regolamenta il nuovo passaggio nello Stretto di Hormuz. La nuova misura prevede regolamentazioni finanziarie, un aumento delle misure di sicurezza nel tratto marittimo, misure di protezione ambientale. I punti che preoccupano gli alleati occidentali sono due: il divieto di passaggio alle imbarcazioni di Stati Uniti e Israele, e le restrizioni imposte alle navi dei paesi che hanno sanzionato l’Iran. La legge, infine, prevede il rafforzamento della sovranità iraniana e la collaborazione con il governo dell’Oman sul quadro legale per Hormuz.
Stati Uniti
Per Trump «non deve accadere molto altro per dichiarare la vittoria» in Iran. Forse anche il presidente Usa è arrivato alla consapevolezza che continuare a bombardare il paese e a decapitare i vertici del regime non è la soluzione per raggiungere i suoi obiettivi. E mentre la guerra imperversa (anche ieri si contano feriti in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Israele e Iran) il segretario della Difesa Pete Hegseth suona la carica chiedendo alla base Maga di sostenere l’impiego di «truppe sul terreno» e di fidarsi delle capacità di Trump.
Hegseth ha confermato che i colloqui con l’Iran sono «attivi» e in corso, che gli Usa «preferirebbero di gran lunga» raggiungere un accordo, ma «nel frattempo, negozieremo con le bombe». La verità è che il rischio di un pantano in Iran sia uno scenario realistico.
A complicare ulteriormente lo scenario mediorientale è anche il rapimento a Baghdad della giornalista Usa Shelley Kittleson, collaboratrice con testate come Al Monitor, The National e Foreign Policy. Secondo quanto riportato dai media internazionali, sarebbe stata rapita da uomini armati. La Casa Bianca segue il caso «da vicino». Secondo Al Arabiya, sarebbe stata liberata poco dopo. Ma la notizia non ha trovato conferme ufficiali.
Libano
Se le mediazioni per trovare un’intesa con l’Iran sono in corso, la situazione in Libano sembra essere disastrosa. L’Onu ha oramai perso la sua autorevolezza, anche per questo dieci paesi Ue – compresa l’Italia – hanno firmato una dichiarazione prendendo posizione politica per chiedere a Israele di non estendere le operazione in Libano e di rispettarne l’integrità territoriale. Ieri l’ennesimo episodio critico con colpi di artiglieria sparati a 15 metri dal contingente francese di Unifil.
Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha detto che l’Idf manterranno il controllo del territorio fino al fiume Litani. Israele agirà «come a Rafah nella Striscia di Gaza», ha detto. In parole povere: radere al suolo tutto. Il rischio è che da lì non ci sia più marcia indietro e dopo aver approvato nuovi insediamenti in Cisgiordania, conquistato territorio in Siria nelle alture del Golan, ora un nuovo territorio rischia di finire sotto il controllo dello stato ebraico.
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