A Dubai centinaia di influencer e content creator hanno iniziato a pubblicare video propagandistici in cui si idolatrano i governanti e si minimizza il dramma della guerra. Fa parte della strategia comunicativa adottata dai leader emiratini: solo le autorità (le stesse che rilasciano le licenze per guadagnare con i social) e i media di stato sono autorizzati a parlare del conflitto
Fino a qualche mese fa sembrava impossibile far diventare virali su Instagram gli emiri Mohammed bin Zayed al Nahyan e Mohammed bin Rashid Al Maktum. I contenuti pubblicati su Abu Dhabi e Dubai ruotavano attorno agli hotel di lusso, all’ostentazione della ricchezza in spiaggia, con attori, calciatori e vip di ogni tipo a godersi le vacanze tra i grattacieli e il bel clima. La guerra in Iran ha spezzato questo equilibrio e, da qualche giorno, i social sono diventati uno strumento di culto del monarca.
Centinaia di influencer e content creator hanno iniziato a pubblicare video su quanto sia sicuro vivere a Dubai nonostante sia sotto attacco da Teheran. Ogni giorno centinaia di droni vengono lanciati contro il paese, che finora conta 3 morti e 68 feriti.
I reel che circolano online sono tutti uguali, una persona si immortala in un momento quotidiano con la scritta: «Vivi a Dubai, non hai paura?». E dopo qualche secondo compare la scritta: «No, perché conosco chi ci protegge», che fa da sfondo alle immagini governative che ritraggono i leader emiratini.
Come questo si contano migliaia di video diffusi tra Instagram e TikTok. E a colpire è soprattutto un elemento fondamentale: sono tutti video girati da ragazzi e ragazze di ogni nazionalità, ma non emiratini. Nei commenti sotto ai reel gli utenti li accusano di essere pagati dalle autorità nazionali o di aver ricevuto ordini per portare avanti questa comunicazione rassicurante. Indipendentemente se sia vero o meno, non è inusuale per un paese come gli Emirati servirsi dei content creator, già è accaduto in passato per spingere il settore turistico, immobiliare o anche per fare greenwashing.
Sono immagini che vogliono infondere sicurezza e si allineano perfettamente alla strategia utilizzata da Abu Dhabi che sta temendo gli effetti a lungo termine della guerra: la fuga di capitali e la paura degli investitori.
Non parlare di guerra
La strategia delle autorità è molto semplice: condurre una vita normale senza scatenare il panico, facendo finta che nei cieli del paese non ci sia nulla di anormale. Bin Zayed e i suoi uomini hanno deciso di fare apparizioni pubbliche in centri commerciali e ristoranti per infondere fiducia ai sudditi e agli expat residenti. Gli spettacoli delle fontane proseguono e tutti i locali rimangono aperti. Per chi lavora in ufficio è stato rinforzato lo smart working per evitare spostamenti su strada.
Parallelamente, le comunicazioni pubbliche sono ridotte ma molto chiare e a scanso di equivoci. Ogni giorno attraverso i media statali vengono pubblicati i numeri dei missili e droni intercettati. E nei telegiornali vengono lanciati messaggi alla popolazione: non credere alle notizie non ufficiali, non diffondere video che non sono verificati e non pubblicare immagini dei sistemi di difesa aerea in azione per evitare di fornire dettagli rilevanti all’Iran.
Insomma, l’obiettivo è far sparire la guerra da ogni fonte di comunicazione. Solo le autorità diventano così autorizzate a parlarne. Eppure è solo grazie ai video di chi è intrappolato a Dubai e attende di lasciare il paese che siamo a conoscenza del panico diffuso nei rifugi e dei droni che colpiscono hotel, grattacieli e aeroporti. Gli unici contenuti che non ricevono restrizioni sono quelli in favore dei leader. Un culto alimentato dagli expat più che dai sudditi.
Restrizioni e regole
Ma per comprendere come mai i contenuti propagandistici siano diventati così virali, bisogna risalire all’anno scorso quando è entrata in vigore la licenza per gli influencer che vivono a Dubai. Si tratta di un permesso rilasciato dal Media Council emiratino che permette ai creatori di contenuti video di guadagnare legalmente attraverso partnership con i marchi, post sponsorizzati, programmi di affiliazione e collaborazioni commerciali. Nei fatti è anche un’ulteriore forma di schedatura e controllo, in un paese dove la libertà di informazione è inesistente e non è ammesso criticare i suoi governanti.
Al secondo giorno di guerra nell’account Instagram ufficiale della procura generale emiratina compare un messaggio che suona più come una minaccia: «Chiunque condivida o ripubblichi contenuti provenienti da fonti sconosciute sarà soggetto a responsabilità legale in conformità con la legislazione applicabile, anche se non è il creatore originale di tali contenuti. Siate consapevoli e informati… L’informazione è una responsabilità e diffondere voci è un reato». La popolazione è avvisata. Per chi sgarra si rischiano fino a due anni di prigione e multe che partono da circa 40mila dollari.
Il lato etico e morale
La diffusione dei reel propagandistici ha scatenato anche una forte ondata di indignazione pubblica. La discussione si è allineata su un piano etico e morale, con gli influencer che vengono accusati di ridicolizzare il dramma della guerra (proprio mentre Gaza è stata interamente rasa al suolo dalle bombe) e di idolatrare un paese in cui le restrizioni alle libertà individuali sono all’ordine del giorno.
Senza contare che gran parte della ricchezza ottenuta negli anni e del benessere generato siano figli dello sfruttamento massiccio di manodopera a basso costo proveniente soprattutto dai paesi asiatici.
© Riproduzione riservata


