Le rotte di chi muore e di chi fugge, nel nuovo conflitto mediorientale, si intrecciano. Per i voli di velivoli esplosivi, missili e caccia, si esauriscono quelli di linea di chi scappa da una guerra che non fa altro che espandersi ben oltre la regione.

Ieri un drone ha colpito il terminal dell’aeroporto di Nakhichvan, enclave azera tra Iran, Armenia e Turchia. Nessuno è al sicuro, nessuno è al riparo. Dal primo giorno delle operazioni israeliane e americane – domani sarà passata esattamente una settimana dall’inizio della campagna militare – il bilancio dei morti iraniani è salito a 1.230.

Intanto, forse anche una quarta “aquila” è stramazzata al suolo: dopo l’incidente di fuoco amico della difesa del Kuwait che ha abbattuto per errore tre caccia Usa, ieri Teheran ha rivendicato di aver distrutto un F-15 Strike Eagle nel sud ovest del paese.

Invece, si cieli di Teheran si è consumato un duello letale tra un caccia F-35 e un jet iraniano Yak: gli israeliani hanno abbattuto il nemico. Non solo il velivolo: anche il pilota.

Copertura aerea

Un drone iraniano ieri è arrivato fino a Victoria, la base aerea statunitense nei pressi dell’aeroporto di Baghdad. Trump punta sui curdi: chiede a quelli iracheni di non ostacolare gli esponenti d’opposizione iraniani a cui ha offerto sostegno logistico e copertura aerea per impadronirsi dell’Iran occidentale.

Come alternativa al regime che i repubblicani vogliono abbattere continua a presentarsi Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià: chiunque venga nominato nuova Guida Suprema, «sarà complice del passato insanguinato di questo regime e dei suoi leader criminali, Khomeini e Khamenei».

L’unica alternativa legittima è il «sistema di transizione»: una transizione che però reclama di incarnare lui stesso, proclamandosi come unica alternativa al cambiamento.

Ma Pahlavi non piace nemmeno a Trump che ieri ha dichiarato che gli iraniani «stanno sprecando tempo» e che lui deve essere coinvolto nella nomina del successore della Guida Suprema. Certo, non accetterà il figlio dell’ayatollah per guidare Teheran: ci vuole qualcuno come «Delcy Rodriguez in Venezuela».

A Beirut sotto le bombe. «A giorni conteremo un milione di sfollati»

Arabia Saudita, Oman, Qatar. Tutte le monarchie sono nel mirino, anche il Bahrein che ieri ha reso noto di aver distrutto «dall’inizio della brutale aggressione iraniana» 75 missili e 123 droni. Bombe anche in Kuwait, dove ieri una petroliera è esplosa.

La guerra dei cieli è sempre più conflitto dei mari: anche tra le onde è ora ufficiale lo status di “area di operazioni di guerra” per lo Stretto di Hormuz, Golfo di Oman e quello Persico. Dopo l’affondamento del vascello iraniano due giorni fa (una strage di un centinaio di marinai, ora finiti negli abissi dell’Oceano Indiano), ieri i pasdaran hanno colpito una petroliera Usa nel Golfo persico.

L’Iran colpisce Israele (esplosioni a Gerusalemme e Tel Aviv), Israele colpisce l’Iran e il Libano, dove sono già 80 le vittime, e dove l’Idf ha ribadito il monito ai civili nel sud del paese di abbandonare immediatamente le loro case: «Qualsiasi abitazione utilizzata da Hezbollah per scopi militari potrebbe essere oggetto di attacchi mirati».

L’ordine è di andare a nord del fiume Litani mentre l’esercito continua a bombardare Beirut. La linea Blu brucia di notte e di giorno, tra sfollati, polvere e veicoli dell’Idf che varcano il confine a fuoco aperto.

«Notiamo con seria preoccupazione anche la dichiarazione delle forze israeliane. I civili, continuano a fuggire dal Libano», ha detto Stephane Dujarric, portavoce del segretario generale Onu: «Dall’inizio delle ostilità almeno 80mila persone hanno cercato riparo in rifugi collettivi».

L’asse Bibi-Trump punta sull’erosione della capacità di combattimento degli avversari il cui ritmo d’attacco rallenta, ma non si arresta: da giorni si rimane in attesa che si esauriscano le scorte persiane, il fattore logoramento sarà quello che più degli altri determinerà la durata del conflitto e il suo esito, ma razzi e bombe continuano a piovere.

L’israeliano Inss, Institute for National Security Studies, ha contato finora duemila attacchi compiuti da Washington e Tel Aviv, mentre Teheran ha sganciato 571 missili e 1.391 droni; ma nessuno sa davvero dove siano, né quanto siano pieni, gli arsenali e depositi della Repubblica Islamica.

Intanto, ieri a Brooklyn è cominciato il processo del businessman pachistano Asif Merchant accusato di aver tentato di assassinare Trump: ha dichiarato di essere stato costretto ad agire sotto minaccia della Guardia rivoluzionaria.

Videogame e realtà

Mentre metà del mondo che sta intorno alle loro basi militari va in fiamme, Israele e Stati Uniti rivendicano già «vittorie storiche» nell’eterna contesa con l’Iran. Ieri lo ha fatto Shosh Bedrosian, portavoce di Netanyahu, adottando la stessa narrativa trumpiana.

È una celebrazione precoce in un contesto più che distopico: la Casa Bianca ha pubblicato un filmato di un attacco che alternava scene di distruzione e morte reale in Iran con immagini del videogioco Call of Duty.

Trenta milioni di persone l’hanno visto, ma non si sa quante abbiano capito che non tutto era reale o quante abbiano provato disgusto. Lo ha certamente sentito Paul Rieckhoff, a capo dell’associazione veterani: «Inappropriato, infantile e inaccettabile. Pensano che la guerra sia un videogioco».

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