Dopo l’incontro in Iran tra Araghchi e Lavrov circola una proposta russa, elaborata con la Cina, per una gestione congiunta del traffico nello stretto di Hormuz
«Mai nella nostra storia Iran e Russia hanno collaborato così strettamente come ora». Sono le parole che il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha consegnato al web dopo che l’omologo russo, Sergej Lavrov, è andato via da Teheran, lasciando dietro di sé l’impegno di Mosca a rafforzare la cooperazione economica e nucleare con la Repubblica Islamica. Dove martedì 20 ottobre, in visita, è arrivato il capo dell'esercito pakistano, Asim Munir. Più che risolvere la crisi che infuria da febbraio con gli Stati Uniti, i russi sono stati chiamati dagli iraniani a guarirla. L’emergenza che sta ridisegnando gli equilibri regionali sommerge i loro alleati sciiti di vecchia data e i moscoviti cavalcano la situazione.
Fin qui, si sono inceppati i tentativi di mediazione dei pakistani come quelli dei qatarini, ossia quelli che più degli altri ci hanno provato. La mediazione di Islamabad e Doha è stata fondamentale, ma gli ayatollah non pensano più possa produrre risultati concreti «a causa della loro limitata capacità di influenzare la posizione degli Stati Uniti». Lo riferisce una tv libanese vicina agli iraniani, Al Mayadeen, che informa che sta circolando da una mano all'altra «una proposta russa, elaborata con la Cina, per una gestione congiunta con l'Iran del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz».
Insomma, la strada che da Washington conduce a Teheran potrebbe essere lastricata di funzionari russi, per i quali «è fondamentale il ritorno alla situazione pre-crisi nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz». Ed è proprio sullo Stretto che è intervenuto il primo vicepresidente Mohammad Reza Aref senza ambiguità: Teheran «non ha altra scelta» se non mantenerne il controllo per tutelare la sua sicurezza nazionale.
Le midterm degli ayatollah
Due alleati fedeli hanno gli iraniani: i russi e l’attesa. «L’establishment clericale è determinato a non dare a Trump una vittoria politica», si si prepara a nuovi attacchi, «non a un accordo con l'America per porre fine alla guerra». Lo scrive la stampa internazionale citando funzionari di Teheran che hanno confermato, in anonimato, che gli ayatollah stanno deliberatamente ritardando i colloqui per indebolire e logorare politicamente Trump con le urne alle porte.
Gli iraniani hanno capito di poter trasformare anche le midterm in un’arma e quei sondaggi - in cui è colato a picco il presidente da quando ha scatenato il conflitto nel Golfo - in uno strumento di pressione. La scommessa sciita è che la «bomba» che cadrà sulla testa del presidente sarà il malcontento dei suoi cittadini al voto. Le elezioni stesse, quelle dopo le quali ha promesso che il prezzo del petrolio crollerà e Hormuz (quasi per magia, perché non è chiaro ancora come) verrà riaperto.
Ma l'attesa costa. E sta costando molto cara anche agli iraniani impoveriti e funestati di sanzioni, ai comuni cittadini tra cui «inizia a diffondersi il panico, la valuta è crollata». Ne è convinto il segretario al Tesoro Scott Bessent e leggendo i dati sull'economia sciita si sente che il polso finanziario di Teheran è sempre più debole: l'inflazione ha raggiunto oltre il 76 per cento a settembre, il rial – la valuta iraniana – è deprezzata del 35 per cento; le esportazioni di greggio sono crollate come le entrate statali.
E, martedì, altre due petroliere sono andate a fuoco nello Stretto dopo aver urtato una mina. Il prezzo del petrolio continua invece a salire per tutti: ha raggiunto ormai il picco di 109,96 dollari a barile, registrando un rialzo di circa l’80 per cento. E poco contano le rassicurazioni del segretario all’Energia, Chris Wright, sul ritorno ai flussi pre-bellici, perché, intanto, il conflitto si è allargato ed è arrivato in Yemen, dove c’è stata la strage dei soldatini.
Tre missili Houthi
Avevano tutti vent'anni o poco più le reclute rimaste uccise nell'attacco compiuto dagli Houthi con tre missili balistici: il più letale fin qui, con un bilancio di 73 morti che continua a salire. È accaduto al campo militare di al-Alam, nella provincia di Shabwa. Riad, che sostiene le forze governative, si rafforzerà con caccia Typhoon della Raf che Londra ha promesso di inviare. E mentre la guerra sembra infuriare inevitabile, ha chiesto il ritorno al dialogo e alla riconciliazione tra Houthi e sauditi il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei.
L’arma della diplomazia è la comunicazione, ma ora, per vincere contro gli Usa, Teheran minaccia di far saltare in aria anche quella. Il generale Hossein Mohebi, voce dei Pasdaran, ha ricordato che nello Stretto passano sette cavi sottomarini da cui dipende la connessione mondiale e commerciale del mondo intero. In caso di attacco Usa, potrebbero finire in fiamme.
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