Attacco sì, attacco no, trattative sì, trattative no. Le tensioni militari tra Iran e Stati Uniti si muovono su un’altalena di dichiarazioni, minacce sparse e colloqui più o meno inconcludenti. E se a Washington, durante la riunione del Board of Peace per Gaza, Trump ha detto che si prenderà dieci giorni di tempo per valutare un attacco contro gli ayatollah, ieri ha confermato la notizia circolata in diversi media internazionali secondo cui un intervento militare statunitense potrebbe avvenire già nei prossimi giorni. Forse nei prossimi 15.

Il presidente Usa in mattinata ha detto, infatti, che sta «prendendo in considerazione» un eventuale attacco limitato in Iran. Non ha rilasciato alcuna informazione in più.

Nel pomeriggio, invece, durante la conferenza stampa sui dazi ha detto che in Iran «situazione è molto triste, ci sono migliaia di morti». Ha parlato delle esecuzioni contro i manifestanti e ha comunque chiarito che «farebbe meglio a negoziare un accordo giusto».

Trump continua a esercitare pressioni nei confronti di Teheran per accelerare le trattative in corso sul nucleare, ma non ha scartato ancora la possibilità di dare l’ordine per un attacco militare contro l’arsenale di missili balistici iraniani, su cui l’Iran non ha intenzione di cedere.

Secondo la Reuters sul tavolo ci sono diverse opzioni militari tra cui l’attacco mirato a singoli individui per innescare il tentativo di un cambio di regime. Anche perché dalla parte sua, il tycoon può contare su una presenza militare statunitense in Medio Oriente che non è mai stata così forte come negli ultimi due decenni.

L’arsenale

Ieri è entrata nel Mediterraneo la più grande portaerei del mondo, la Uss Gerald R. Ford, accompagnata da tre cacciatorpediniere. Quattro unità navali in più che si sommano alle attuali 13 che si trovano in Medio Oriente dove sono posizionate: una portaerei, la Uss Abraham Lincoln, nove cacciatorpediniere e tre navi da combattimento litoranee, ha dichiarato un funzionario statunitense.

Entrambe le portaerei hanno un equipaggio di migliaia di marinai e hanno squadriglie aeree composte da decine di aerei da guerra. Nelle basi militari sulla terra ferma ci sono invece più di venti caccia F-35, velivoli da guerra elettronica, aerocisterne per il rifornimento in volo e una lunga lista di mezzi militari di ogni tipo. A questo si sommano gli oltre 30mila soldati statunitensi impiegati nelle 13 basi militari presenti nella regione. E in queto clima acceso, gli alleati europei corrono ai ripari.

La Norvegia ha deciso di ritirare gran parte dei suoi militari presenti in Iraq. E secondo un’inchiesta del Times, il Regno Unito ha negato al Pentagono l'autorizzazione a utilizzare le basi di Diego Garcia e Fairford, temendo una violazione del diritto internazionale. Anche il governo italiano è preoccupato. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha detto che «sono ore delicate, speriamo che si trasformino in cose positive».

I paesi arabi del Golfo Persico per il momento sono silenti dopo che erano riusciti a convincere Trump a non attaccare Teheran nelle scorse settimane.

Le forze armate israeliane, invece, hanno detto alla popolazione che sono «in stato di massima allerta» in difesa ma che per il momento non ci sono modifiche alle direttive impartite alla popolazione.

La bozza iraniana

E se la Casa Bianca mostra i muscoli, la Repubblica islamica ricorre ai ripari. Secondo diverse immagini satellitari l’Iran ha ricostruito e coperto in cemento una struttura nel complesso militare di Parchin, e attività di rafforzamento sono visibili anche vicino a Natanz, mentre nelle basi missilistiche di Shiraz Sud e Qom risultano lavori di riparazione dopo i danni subiti nel conflitto del 2025. Gli ayatollah starebbero nascondendo parte del suo arsenale negli stadi e nei campi sportivi così come già accaduto durante la guerra dei 12 giorni nel giugno del 2025.

Per evitare un’escalation definitiva e di lungo periodo che per Teheran rischia di diventare insostenibile, gli ayatollah punta a mantenere vive le trattative. «Il prossimo step è presentare una bozza di un possibile accordo alle mie controparti negli Usa, credo che nei prossimi due o tre giorni sarà pronta e, dopo la conferma finale da parte dei miei superiori, questa verrà consegnata a Steve Witkoff», ha fatto sapere ieri il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi in un'intervista alla Msnbc. Se sarà soddisfacente, la bozza verrà poi discussa in un nuovo round di negoziati.

Il capo della diplomazia iraniana ha anche aggiunto che la Casa Bianca «non ha chiesto zero arricchimento» ma si sta discutendo di «come garantire che il programma nucleare iraniano, compreso l’arricchimento, sia pacifico e lo rimanga per sempre».

Resta da capire se non è troppo tardi per raggiungere un accordo.

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