Dopo mesi di trattative, si è riunito per la prima volta il Board of peace (Bop) per Gaza, l’organismo creato e presieduto dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Diversi stati hanno rifiutato l’invito a prendervi parte perché temono sia un’istituzione affaristica che agisca fuori dai canali delle Nazioni unite. I leader europei hanno criticato soprattutto la presenza di personaggi politici considerati discutibili come il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko.

Inoltre si tratta di un organismo che dovrà occuparsi della governance di Gaza e di eseguire un piano di pace calato dall’alto senza prendere in considerazione la voce dei palestinesi. Così come il piano di ricostruzione presentato dal genero di Trump, Jared Kushner, viene considerato un progetto affaristico di natura predatoria e neocoloniale. 

Non è un caso se Ali Shaaht, nominato a capo del comitato dei tecnocrati palestinesi che dovrà eseguire sul terreno le direttive del Bop, sia stato invitato solo all’ultimo momento per partecipare alla prima riunione. Mentre il premier israeliano Benjamin Netanyahu ricopre un ruolo politico di primo piano, tanto da essere stato invitato a partecipare come membro attivo.

I membri

Al vertice inaugurale che si è tenuto nel Peace Institute a Washington si sono presentati quasi tutti i leader di peso degli stati fondatori a eccezione di Mongolia e Bulgaria (che ha inviato il segretario generale del ministero degli Esteri). Parliamo di circa 45 leader. A livello di capo di stato/di governo erano presenti i leader di Albania, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bahrein, Cambogia, Egitto (primo ministro), El Salvador, Indonesia, Kazakhistan, Kosovo, Pakistan, Paraguay, Qatar (primo ministro e ministro degli Esteri), Ungheria (primo ministro), Uzbekistan, Vietnam. 

Altri paesi hanno deciso di inviare invece il proprio ministro degli Esteri come Arabia Saudita, Bielorussia, Egitto (a seguito del primo ministro), Emirati Arabi Uniti, Giordania, Israele, Kuwait, Marocco, Turchia.

Come membri osservatori saranno invece presenti, oltre all’Italia rappresentata dal vicepremier Antonio Tajani: la Romania (presidente); a livello di ministro degli Esteri Cipro (presidenza Ue), Slovacchia e Repubblica Ceca; con altre cariche Croazia (sottosegretario), Grecia (vice ministro), Paesi Bassi (ambasciatore a Washington), Polonia (consigliere diplomatico del presidente), Austria (ambasciatore a Washington), Corea del Sud (inviato speciale del ministro), Giappone (inviato speciale per Gaza), Svizzera (direttore Medioriente), Germania (direttore Medioriente).

Una presenza che ha suscitato scalpore è quella del presidente della Fifa Gianni Infantino, già presente nella foto scattata a Sharm el Sheikh dopo la firma dell’accordo di pace tra Hamas e Israele.

AFP
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La Commissione Ue sarà rappresentata dalla Commissaria per il Mediterraneo Dubravka Šuica e dal rappresentante speciale per il processo di pace, Bigot. Due presenze che sono state fortemente criticati dagli ambasciatori Ue e soprattutto dalla Francia che ha espresso stupore per la partecipazione della Commissione europea al Board of Peace a Washington.

L’Eliseo sostiene che l'esecutivo Ue non dispone di un mandato degli Stati membri per rappresentarli. Lo ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri, Pascal Confavreux, parlando con i giornalisti. «Per quanto riguarda la Commissione europea e la sua partecipazione, siamo sorpresi perché non ha un mandato del Consiglio per partecipare», ha detto il portavoce.

Russia, Cina e Vaticano

Per il momento Russia e Cina si tengono fuori dall’organismo, anche se il presidente russo Vladimir Putin si è detto disponibile a versare la quota di un miliardo di dollari tramite gli asset russi confiscati per via della guerra in Ucraina. Pechino invece rimane in disparte e non aderisce a un ente che agisce fuori dai parametri dell’Onu.

L’ultimo paese a criticare la Casa Bianca è il Vaticano e lo ha fatto attraverso il suo segretario di Stato, Pietro Parolin che ha declinato l’invito americano e ha espresso «forti perplessità» sulla presenza italiana. Da parte sua la Casa Bianca ha reagito definendo il rifiuto del Vaticano come «profondamente spiacevole». «La pace non dovrebbe essere una questione di parte, politica o controversa» ha detto la portavoce di Trump, Karoline Leavitt.

Come la pensa l’Italia

Il governo italiano non ha mai nascosto la volontà di essere uno dei membri fondatori. La premier Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, lo hanno ripetuto più volte pubblicamente. Ma a impedire l’operazione è la Costituzione. Entrare nel Board di Trump, infatti, costituirebbe una violazione dell’articolo 11 della Costituzione, che prevede di agire «in condizioni di parità con gli altri stati» e in questo caso non è possibile visto che a presiedere l’organismo è il tycoon in persona e lo sarà anche dopo la fine del suo mandato presidenziale. 

Così, per piegare la Carta, il governo italiano ha annunciato che parteciperà come membro osservatore del Consiglio di pace, pur senza specificare nel concreto in cosa consista questa partecipazione. Proprio per questo a Washington era presente il ministro degli Esteri, Antonio Tajani.

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