Mentre gigioneggiava al G7 a Evian tra capi di Stato e di governo, e riempiva di complimenti l’emiro del Qatar Al Thani, Donald Trump ieri ha detto di non essere «mai stato interessato a un cambio di regime in Iran». Ma che lo abbia ripetuto dal giorno uno della guerra glielo hanno ricordato proprio i media israeliani: «A febbraio Trump indicò che l’obiettivo degli attacchi in Iran era rovesciare il regime e invitò il popolo iraniano a cogliere l’opportunità di prendere il controllo del proprio governo». Disse letteralmente: «L’ora della vostra libertà è vicina».

Povero presidente Trump: per l’accordo con gli iraniani, lo stanno spintonando tutti. Tensioni e smarrimento, scrive il Wall Street Journal, sorgono in Israele, ma anche tra gli alleati del presidente rimasti a Washington; c’è lack of certainty, mancanza di certezze su cosa il tycoon abbia davvero firmato, cosa abbia davvero concesso ai suoi rivali, con un documento che loro credevano ancora sottoposto ad analisi e discussioni. Non si fidano dei suoi annunci del great deal, che porterà alla «pace meravigliosa».

I dubbi degli 007

Della sua cerchia Trump non ha convinto quasi nessuno. Dubbi atomici li ha il direttore della Cia, John Ratcliffe. Le prove raccolte dai suoi agenti gli fanno dubitare che Teheran voglia davvero rinunciare al programma nucleare. È solo un altro membro del coro di scettici che sta intonando lo stesso ritornello intorno al presidente. In quella schiera di diffidenti ci sono anche il segretario di Stato Marco Rubio e il segretario alla Difesa Pete Hegseth, che sono preoccupati da tutti quelli che sembrano marcatori di una catastrofe, di un’asimmetria (e anche vistosa) dei vantaggi ottenuti dagli iraniani.

Invece, dall’altro lato della barricata che celebra l’intesa, c’è il vicepresidente Vance e gli inviati speciali Steve Witkoff e Jared Kushner. Questo trio sarà venerdì a Lucerna, per firmare il documento con il ministro degli Esteri iraniano Araghchi e il presidente del parlamento Ghalibaf al Burgenstock Resort, che ha ospitato vertici sull’Ucraina, ma pure i set di James Bond.

L’intesa gli americani la chiamano mou, come la caramella, è acronimo di memorandum of understanding: Trump potrebbe decidere di desecretarlo prima di venerdì e leggerlo «parola per parola», ma non si sa quando. Lo stesso Vance ha ammesso ieri che il testo è «molto generico», ma nel primo paragrafo c’è scritto che sia l’Iran che gli Stati Uniti devono impegnarsi per la «pace e la stabilità regionale». Non nega, Vance, che bisogna trovare soluzioni durante negoziazioni tecniche, ma gli iraniani potranno trarre vantaggi solo «rispettando i propri obblighi».

«Non riceveranno mai un centesimo di denaro dei contribuenti americani, mai e poi mai»: Vance è stato costretto a chiarirsi dopo aver dichiarato che Teheran, dopo l’accordo, potrà entrare nell’economia mondiale e altri paesi investiranno nel mercato sciita se cadranno le misure restrittive.

Clausole e postille

Cosa c’è in quel breve testo d’intesa si può leggere sulla Tasnim, l’agenzia iraniana che pubblica dettagli sulle clausole: la numero 13 stabilisce che, «fino a quando non saranno attuate alcune altre clausole dell’accordo, non avranno luogo i negoziati per l’accordo finale, ovvero sulla questione nucleare».

La 13 include molte postille, sulla revoca del blocco navale e delle sanzioni sul greggio, prodotti petrolchimici e derivati iraniani, oltre allo sblocco dei beni congelati. Se questi punti non saranno rispettati, «i negoziati non avranno inizio». E i colloqui si fermeranno anche se riprenderanno le operazioni militari, fronte libanese incluso. Teheran, ha riferito una fonte a Reuters, non firmerà se Israele non si ritira dal Libano.

Tra Iran e Stati Uniti c’è “una storia di promesse non mantenute”. Ieri Araghchi ha spiegato felpato che i negoziati si concentreranno su due questioni difficili, sanzioni e nucleare. Ma il punto più dolente rimane Beirut. Con gli israeliani che rimangono in Libano e ingaggiano in escalation militari e retoriche, l’Iran è già furente per il mancato ritiro. Ieri Trump, rinunciando alle offese alla cornetta delle ultime settimane e cambiando lessico per descrivere l’alleato su cui esercita un dominio scomposto, ha detto: «Bibi deve essere più responsabile nei confronti del Libano» (peraltro presidente avrebbe detto no a Tel Aviv che aveva chiesto di visionare l’accordo).

«Ci ha trascinati in una guerra senza un piano»: Eugene Vindman, come molti deputati dem, lamenta che gli Usa sono in una posizione peggiore di quella in cui erano quando hanno iniziato la guerra e che decine di miliardi di dollari dei contribuenti sono stati bruciati. L’intesa ha tutte le caratteristiche di un «pessimo accordo» e l’unica cosa peggiore di questo compromesso con gli iraniani è che la guerra continui: Teheran potrebbe ottenere allentamento delle sanzioni senza rinunciare al progetto nucleare, missilistico.

Contare le mine

Lo Stretto, inoltre, era aperto prima della guerra: ora manca una strategia definita per mantenerlo sbloccato e libero. Anche perché mentre Trump promette l’apertura immediata, gli 007 Usa contano le mine che non permetteranno di tornare alla navigazione: gli iraniani ne hanno piazzate 5mila di vario tipo, da quelle più primitive che galleggiano in superficie a quelle che dai fondali con sensori individuano l’obiettivo prima di esplodere. «Abbiamo di fatto consegnato all’Iran il controllo dello Stretto», riferisce l’intelligence Usa, «un’arma più potente di qualsiasi nucleare». Hormuz è letteralmente un campo (liquido) minato. In questo, assomiglia alla mappa del Medio Oriente dopo il passaggio di Trump.

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