Il peggio è stato scongiurato o forse è stato soltanto rimandato di due settimane. La tregua raggiunta allo scadere dell’ultimatum di Donald Trump, tra Stati Uniti e Iran, rimane molto fragile. Basta poco per far saltare il banco, costruito con tanta fatica dal Pakistan con l’aiuto della Cina. Alle 2 del mattino le premesse delle parti (anche quelle di Israele) erano chiare. Tutti hanno accettato nell’ordine: un cessate il fuoco temporaneo, di riaprire lo Stretto di Hormuz e di incontrarsi a Islamabad a partire da domani per stilare un accordo di pace definitivo che risolva tutte le questioni aperte.

Tra queste, c’è il nucleare, la governance dello Stretto e la presenza militare statunitense nella regione. «Questa potrebbe essere l’Età dell’Oro del Medio Oriente», ha detto Trump pochi minuti dopo aver annunciato la tregua. Frase già pronunciata dopo i disastri della sua amministrazione a Gaza e Iran, mentre in Libano l’esercito israeliano prosegue con i bombardamenti a tappeto.

Più che dalla pace, la giornata di ieri è stata caratterizzata da attacchi, smentite e dichiarazioni contraddittorie. Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti hanno denunciato di aver intercettato missili e droni iraniani; Teheran ha annunciato di aver subito raid aerei contro una raffineria nell’Isola di Lavan.

Nel pomeriggio la situazione si è trasformata rapidamente con l’agenzia iraniana Fars, legata ai Pasdaran, che ha annunciato «blocco» dello Stretto di Hormuz dopo la breve riapertura avvenuta in mattinata. Solo un paio di mercantili sono riusciti ad attraversarlo in sicurezza. Il motivo? La carneficina dell’Idf in Libano che secondo la protezione civile ha causato almeno 254 morti e 1.165 feriti.

Cantare vittoria

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Dopo l’annuncio della tregua tutti si sono dichiarati vincitori. Per il presidente Usa è una «vittoria al 100 per cento». Per il segretario della Guerra, Pete Hegseth, «Teheran ha implorato il cessate il fuoco» e Trump «ha avuto pietà». Per il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano «il nemico, nella sua vile, illegale e criminale guerra contro la nazione iraniana, ha subito una sconfitta innegabile, storica e schiacciante». Per Netanyahu «l’’Iran è più debole che mai» e «Israele è più forte che mai» dopo che ha raggiunto «traguardi staordinari». Da Abu Dhabi il consigliere presidenziale Anwar Gargash ha scritto su X che «gli Emirati Arabi Uniti sono usciti vittoriosi da una guerra che abbiamo sinceramente cercato di evitare». Bisognerà valutare i termini dell’accordo, se mai si arriverà alla sua firma, per capire realmente come sono cambiati gli equilibri a oltre un mese di guerra.

L’altra piccola certezza di ieri è che c’è stato un uomo ad aver messo d’accordo Washington e Teheran ed è stato Asim Munir, il generale pakistano che gode di ottimi rapporti con Trump tanto da essere stato ospite più volte alla Casa Bianca. A Islamabad gli spetta il compito più arduo, gettare una base negoziale comune su cui mediare. Trump avrebbe già scartato i 10 punti presentati dall’Iran ma ha affermato che «quasi tutti sono stati concordati». L’eccesso di ottimismo del tycoon viene smorzato dal suo vice J. D. Vance che realisticamente ha definito la tregua come «fragile». Sarà lui a guidare Steve Witkoff e Jared Kushner nel primo round di negoziati che si terranno sabato.

Le incognite

Due sono le incognite principali: cosa accadrà al Libano e che fine faranno i 440 chilogrammi di uranio arricchito in possesso degli ayatollah.

Se da una parte il Pakistan ha annunciato che la tregua si estende anche al paese dei Cedri, per lo stato ebraico questo è escluso categoricamente. Il governo di Benjamin Netanyahu vuole mantenere l’esercito nel Sud del paese dopo aver occupato ampia parte del territorio fino al fiume Litani. Una conquista senza precedenti in un momento storico in cui la missione di pace dell’Unifil è sempre più in difficoltà e non è in grado di mantenere il controllo nella Blue Line. Anche per la Casa Bianca Beirut non rientra nelle trattative.

L’Idf «si fermi o ci saranno conseguenze», hanno fatto sapere gli iraniani. Secondo quanto riporta il Wall Street Journal, Teheran vuole il cessate il fuoco in Libano prima di negoziare in Pakistan. Interrogato dai giornalisti, Trump ha derubricato gli attacchi come «scaramucce» e ha sottolineato che le trattative si terranno ma a «porte chiuse». A Tel Aviv hanno mal digerito la tregua raggiunta, con gli alleati dell’estrema destra di Netanyahu che tifano per il proseguio del conflitto. Per il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, «nulla è ancora concluso». E ha aggiunto: «Non vedo come sia possibile colmare le posizioni di Stati Uniti e Iran».

Sulla governance di Hormuz, Teheran vuole piena autonomia mentre Trump ha parlato di una «joint-venture». Appare chiaro che in futuro ogni nave dovrà pagare un pedaggio, secondo il Financial Times gli ayatollah starebbero pensando di chiedere un dollaro per ogni barile di petrolio che transita lo Stretto. Anche se la Casa Bianca non vuole tasse. Più complicato il discorso sull’uranio arricchito in mano al regime. «O lo consegneranno o lo faremo da soli», ha detto Hegseth. Dichiarazioni che suonano più di bluff che di una reale possibilità di tenere ancora aperta l’opzione di un’operazione militare via terra mirata. D’altronde, la guerra è già stata vinta.

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