Come al bazar delle buone notizie, dove il prezzo lo decide chi vende, ma il conto lo paga sempre e solo il resto del mondo, il presidente americano ha annunciato due cose: il suo massive attack, attacco massiccio («sarebbe stato il più grande dalla Seconda guerra mondiale»), l’ha sospeso perché i negoziati con l’Iran sono in corso e poi anche perché gli alleati (Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar) sono intervenuti per chiedergli la fine dei raid. «Il motivo per cui lo hanno chiesto», ha aggiunto, «è perché credono che si possa raggiungere un accordo su Hormuz». Anzi, riferisce il quotidiano arabo Al Mayadeen, gli Usa si sarebbero pure detti a un compromesso sul controllo iraniano della rotta sud dello Stretto, mentre l’Iran continua a respingere la proposta rifiutandosi di aprire completamente lo Stretto fino a quando il conflitto non sarà terminato.

Due opzioni

Ogni alba sul Golfo si affaccia con un nuovo annuncio («trattative al via oggi stesso»), una nuova smentita, un’ulteriore contraddizione. Sembrano averlo capito bene ormai a Teheran, dove annunci di questo genere sembrano ormai suscitare un’indifferenza quasi ostentata, diventata di rito. La replica delle autorità iraniane è arrivata sotto forma di una secca smentita: di negoziati in corso, hanno detto piccate, non c’è traccia. Così qualche ora dopo il presidente Usa ha tacciato la leadership sciita di essere «incredibilmente ipocrita»: implorano per avere un incontro in privato ma «dichiarano, apertamente e con orgoglio, di non stare conducendo alcuna trattativa. Siamo alle solite chiacchiere». Non solo: poi la tirata del presidente si è allargata a «questa è la loro ultima chance» per firmare un accordo e «prima della decapitazione» mentre, secondo lui, «Hormuz riaprirà domani».

Così il tycoon ha promesso solo due opzioni per il futuro: o ci sarà l’accordo o ci sarà la resa per una trattativa che non riguarda solo lo Stretto, ma anche il destino del programma nucleare iraniano. Poi, il presidente ha liquidato con un lapidario no comment le indiscrezioni su un possibile ritiro delle truppe americane da Bahrein e Kuwait (proprio dalle basi dei due paesi in cui, dopo i raid iraniani, è aumentato il bilancio di militari americani feriti e uccisi).

I negoziati, insomma, esistono e non esistono; vanno avanti e indietro; assomigliano alla danza delle superpetroliere saudite che hanno deviato la rotta in cerca di spiragli e scorciatoie per tornare nei porti patrii. Nel Golfo di Aden, per evitare gli Houthi che minacciano i transiti nel Mar Rosso, le navi hanno scelto di circumnavigare l’Africa allungando però il viaggio di circa due settimane. Ogni movimento marittimo nello snodo — chi entra, chi esce, chi arriva a destinazione e chi viene colpito — resta condizionato dalle decisioni dell’Iran e dei suoi alleati nella regione.

«Attualmente stiamo conducendo colloqui con l’Oman esclusivamente sulla gestione dello Stretto»: a riferire dei negoziati che vanno avanti da oltre una settimana con gli omaniti (e senza gli Stati Uniti nella stanza) è stato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei. Sul tavolo resta l’ipotesi di un unico corridoio di navigazione, e non di due rotte separate: una in prossimità della costa iraniana e l’altra lungo quella omanita. La soluzione che verrà accettata da entrambe le capitali, Muscat e Teheran, riguarderà «soltanto il meccanismo e la futura rotta marittima, nel rispetto dei diritti sovrani di entrambi i paesi, e non ha alcun legame con l’apertura o la chiusura dello Stretto». Per Baghaei, alla luce dell’ultima postura assunta da Washington — che avrebbe violato gli impegni contenuti nel memorandum firmato il 19 giugno scorso, revocando anche l’autorizzazione alla vendita del greggio iraniano — «naturalmente non ci saranno cambiamenti significativi nello Stretto» e di certo, ha lasciato intendere, un ritorno alle condizioni precedenti alla guerra non è più contemplato.

Il Pakistan, storico interlocutore, resta al suo posto nei tavoli negoziali nel tentativo di mantenere un canale aperto tra Washington e Teheran; il Qatar, ha spiegato Baghaei, «fornisce assistenza quando necessario». Ma non è entrata nella mediazione la Cina, nonostante da Pechino arrivino da giorni segnali di crescente preoccupazione per l’aggravarsi della crisi. «I nostri amici cinesi stanno cercando di utilizzare le proprie capacità e la propria influenza per evitare un’ulteriore escalation della situazione», ha chiarito un portavoce.

Modi non convenzionali

Alla Casa Bianca sono a corto di opzioni rimanenti: non è guerra, ma non è pace nel Golfo. Quello che sta accadendo al Pentagono è forse spiegato meglio di decine di analisi di esperti di geopolitica dall’oggetto di una mail arrivata nelle caselle di posta elettronica personali di alcuni militari: «Abbiamo bisogno di idee». A firmarla è stato il Comando centrale Usa: «Stiamo cercando nuovi modi, creative and unconventional, creativi e non convenzionali, per fare pressione e punire l’Iran». La domanda è implicita: avete proposte? L’interrogativo taciuto indica quasi sicuramente che le opzioni e alternative a disposizione sono finite, il ventaglio delle scelte sembra essersi progressivamente ristretto. La guerra era iniziata con la missione del regime change a Teheran; ora si pensa a come sbloccare uno snodo che era perfettamente aperto prima degli attacchi Usa. E in modo creativo, dove hanno fallito i generali, può riuscire un soldato semplice.

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